Stai parlando con me?

“Voglio litigare” annuncia entrando in una stanza senza neppure essersi guardata intorno.

“Noooo, non lo voglio salutare il bimbo” dice, non appena una creatura malcapitata incrocia la sua via.

A sentir lei, le sue giornate sono costellate da conflitti.

“Il cuginetto è mi ha romputo la bambola e io l’ho spingiuto”  “Gigetta mi ha preso il bambolotto. Ho litigato con Gigetta” “Gigino mi ha tirato un morso, ho litigato con Gigino”. “Io mi arrabbio con i maschietti, tirano le mazzate (sic), i pizzicotti, gli schiaffi, i calzini”

Ultimamente è comparsa un po’ di aggressività verso mamma e papà: dai continui no a contraddire ogni nostra affermazione, alle crisi di pianto al cambio del pannolino o dei vestiti fino ai tentativi di menare le mani perché “Dare le botte a mamma è divertente”.

Inizialmente la scontrosità di Nina la Terribile ci faceva sorridere, ma da qualche giorno la situazione mi sembra essersi aggravata e, soprattutto, aver acquisito i tratti di un “problema” di frustrazione, se così si può dire per una bambina di due anni.

Ilustrazione dal libro Tommy Throws a Fit di David Elliott (dal blog Seven Impossible Things Before Breakfast)

Alcune frasi, verbalizzazioni incerte, senz’altro, mi hanno fatto pensare.

Ad esempio le bugie. Abbiamo chiesto alle educatrici e, all’asilo, Nina è tutt’altro che aggressiva.  La  Gigetta protagonista dei litigi quotidiani, in realtà, è l’amica del cuore:  le abbiamo viste con i nostri occhi cercarsi reciprocamente all’arrivo “a scuola”, giocare tranquillamente insieme, prendersi per mano per andare a parlottare (più o meno) in un angolo. Anche il mordace  Niccolò ci è parso più un dispensatore di baci sbavocchiosi che altro.

Ma Nina sembra tenere in modo particolare a farci sapere che quando la salutiamo la mattina deve fronteggiare uno/duenni che, a detta sua, la fanno sentire a disagio a causa delle mie colpevoli manchevolezze materne. Qualche esempio.   Nina mi ricorda quotidianamente che ha litigato con Gigetta perché le avrebbe detto che “prima viene (a prenderla) la mamma di Gigetta,  poi la mia” oppure che “la mia mamma va al lavoro”  mentre la mamma di Gigetta no.   Ora, Gigetta non è questa gran chiacchierona e, questo è certo, non tiene in tasca la madre durante la giornata all’asilo. Giornata che inizia prima e finisce dopo quella di Nina.  Più verosimilmente Nina, o le due bambine insieme, si sono costruite un repertorio di parlottii per elaborare qualche sentimento di nostalgia o di tristezza  che le assale tra un gioco e l’altro, in un’atmosfera che mi sembra accogliente e serena ma che non è un surrogato dell’abbraccio materno.

Nonostante le spiegazioni razionali, le parole di Nina mi colpiscono e mi fanno star male. Più di tutte un costrutto sintattico ambiguo, eppur tagliente proprio per il contenuto semantico dell’errore.

Quando un capriccio si fa ostinato,  mi allontano  e faccio subentrare il papà, perché Nina, con lui, è più disposta a mediare. Ma ultimamente questo comportamento non funziona più perché appena mi sposto di un paio di passi lei inizia ad urlare piangendo: “Non mandarmi via!!!!”. Ha sentito questa frase in uno scambio tra me e il padre: detta per scherzo, recepita come seria, discussa animatamente.  Da allora credo che Nina abbiamo maturato la convinzione che “Non mandarmi via!!!” sia una frase ad effetto, da usare in casi gravi, ma buona per descrivere qualsiasi azione di allontanamento tra due soggetti. Poco importa che sia io ad andarmene per far posto al papà negoziatore.  Per lei, che sa  dire “mamma non andare” o “mamma resta qui”, la frase sembra essere il dispositivo linguistico per esprimere un’impressione di rifiuto, la sensazione di sentirsi “respinta” dal mio atto di allontanamento.

La confusione tra l’azione e il sentimento vissuto si riconferma anche negli altri usi che occorrono nei parlottii di Nina. Spesso utilizzata “Mi ha mandato via da posto di Gigetto, perché Gigetto mi tirava i pizzicotti, a me, a questa bambina (battendosi il petto)”. Quel “mi”, in realtà, sta al posto del soggetto sottinteso (egli) e, sentendo il resto del racconto, è evidente che è lei il soggetto dell’azione: è Nina che si è mandata via (è andata via), ma per cause indipendenti dalla sua volontà. La sua grammatica, forse, è ancora troppo primitiva per esprimere il concetto e allora sintassi e significati si rimescolano in un polpettone fatto con gli avanzi delle frasi fatte che ascolta ogni giorno.

Ciononostante, io mi sento malissimo al solo intuire il senso “prossimale” di quelle parole. Perché l’ultima cosa che vorrei è che Nina si sentisse respinta o ignorata.  E mi impegno perché non accada, a volte affrontando e assecondando la sua litigiosità, a volte accettando anche le dimostrazioni più fisiche della sua piccola grande rabbia.