Alcuni pitzi facili

Illustrazione tratta dalla rivista giapponese per bambini Kodomo no kuni (1920-30) via http://www.shelfappeal.com/

Se finora la Nina non si è mai fatta pregare a mangiare, come testimoniano le sue iperguance, non vuol dire che i pasti non siano momenti dedicati al capriccio e alla prova di forza: un vero e proprio teatro (del) no.

Ultimamente abbiamo assistito ad episodi di diffidenza estrema. Incredibile a dirsi, abbiamo dovuto desistere nel tentativo di farle assaggiare la Nutella di fronte ad un  niet (no, mai!) secco e risoluto. E’ cocciuta la Nina. E diffidente. Tutta mammà.

Dal punto di vista strettamente linguistico, però, i pasti sono stati il terreno evolutivo della parola e del concetto di pezzo. Perché una delle richieste più frequenti che la bimba ci fa, durante la pappa, è il “frazionamento” degli interi (biscotti, taralli, fette biscottate). All’inizio, verso il 16/17 mesi, con una parola quasi indistinguibile da pitti (piedi, ma solo quando si tratta di stare in piedi. Altrimenti piedi è semplicemente biede, anzi, biedo). Poi, piano piano, ci siamo specializzati e sono comparsi dapprima il siculaneggiante pitzi e infine, recentemente, petzi.

Casualmente, o forse, no, abbiamo iniziato a nutrire un discreto interesse verso i puzzle.