Strega comanda colora!

Per tutta la  (strepitosa) scuola dell’infanzia che ci è toccata in sorte, Nina è stata risparmiata: nessuna scheda con ondine tratteggiate da seguire, prestampati da colorare, figurine da completare. Gran parte della propedeutica alla scrittura e al disegno che è nota in didattica come pregrafismoè stata esercitata attraverso il confronto con l’arte e la rivisitazione, da parte dei bambini, di pittori come Miro, Cezanne, l’Arcimboldo, Kandisky,  oppure  attraverso l’esplorazione di tecniche artistiche, il confronto con la riproduzione dal vero di chiese, palazzi storici, monumenti cittadini. Qualche cornicetta, sacrosanta, si è vista, ma sempre inquadrata in “cose” da realizzare, ad esempio una riduzione autoprodotta dell’Iliade.
Alla fine dell’ultimo anno gran parte dei bambini scribacchiavano già, qualcuno era già in grado di leggere con una discreta autonomia. La maestra non se ne faceva un gran vanto. Si lasciava scappare un “bravo” sottovoce e poi tornava al lavoro di tutti.

Come per un curioso contrappasso, appena arrivata alla primaria Nina si  è trovata a recuperare uno sterminato schedario di ghirigori, esercizi di associazione e completamento che per i primi due mesi sono stati sostanzialmente l’unica modalità di lavoro, specie con una delle maestre di quello che ormai si definisce “team” (oh, yeah).   Tralascio per ora la questione della qualità di queste schede, di cui è zeppo anche il libro di testo, e dell’idea di bambino che ne esce.  Ma dopo una decina di giorni di scuola a tempo pieno, tutti dedicati a compilare e incollare fotocopie a volte anche un po’ stortine, a seguire tracciati senza una partenza e senza un(a) fine per lei comprensibile, Nina ha deciso che la primaria era noiosa, faceva schifo e non valeva la pena impegnarsi granché. Le ho detto di portare pazienza, che tutto quel tracciare, compilare e fare frecce  serve poi a fare cose più interessanti, ad esempio a scrivere “coi riccioli” e cioè in corsivo.

“Sì, va bene, ma io mi annoio. E poi ODIO colorare. Ma la maestra, quando finiamo, ci dice SEMPRE che dobbiamo colorare. Io le dico che sulla scheda non c’è scritto. Ma lei mi risponde che una scheda lasciata in bianco e nero non si è mai vista a scuola. E mi obbliga.”

E va be’, che sarà mai, colorare non fa male, e fa ancora meno male se lo si fa  per dare il tempo ai compagni di finire. Quello che fa male è una maestra che mente,  che  tenta di confondere i bambini quando scoprono la bugia, che non si fa scrupoli a ingannarli, a prenderli in giro, per cavarsi di impiccio, per sbrigarsi, per tagliar corto.
Che sia difficile gestire una classe di 25 bambini, con i loro tempi, specie in prima elementare, non c’è dubbio. E non è neppure scontato che si debba trovare subito  la soluzione al problema di “chi finisce prima”, anche perché questa soluzione non è banale. Non basta dare una scheda in più ai più bravi, senza pensare a come questo mortifica e scoraggia chi finisce per secondo, per terzo o per quarto.
È invece un obbligo, morale e pedagogico prima di tutto, che la scuola non sia disonesta, che la maestra semplicemente dica la verità,  e cioè che c’è da aspettare che gli altri finiscano. Nel frattempo, mentre si aspetta, tra le tante altre cose che si possono fare, si può anche colorare. Che tanto, male non fa.

 

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