Pappagallii

Pasqua, pasquetta e gli annessi giorni di vacanza dall’asilo hanno offerto molte occasioni di osservare Nina a confronto con i pari: al giardino, dove ormai ha costruito una sua cricca di amichette tra i due e i quattro anni, in biblioteca e con i due cuginetti (una bambina di 9 anni e un maschietto di 4).

Nina e gli altri partecipano spesso a conversazioni più o meno lunghe.
Qualcuno a caso rompe il silenzio:

Io ho visto Frozen
– Anch’io ho visto Frozen
– Anch’io ho visto Frozen
– Anch’io ho visto Frozen 

…. e via fino ad estinguere l’eco con l’ultimo dei parlanti che si aggiunge al riverbero.

– A me piace il gelato alla fragola
– E me piace il gelato alla fragola
– Anche a me piace il gelato alla fragola

Poco importa che buona parte dei partecipanti non abbia mai assaggiato il gelato alla fragola o non abbia un’idea chiara di cosa sia Frozen (un film, una principessa, un animale, un gioco?).
Poco importa se nella ripetizione esatta della frase iniziale sono contenuti riferimenti temporali ambigui  (anche io vedrò Frozen? Anche io ho visto Frozen).
E non importa neppure che risultino omessi gli indicatori verbali che consentirebbero di capire se l’interlocutore sta esprimendo un’intenzione, un desiderio o una credenza (Anche io vorrei vedere Frozen/ Se piace a te, forse il gelato alla fragola piace anche a me).
Questi pappagallii procurano grandissima soddisfazione dei partecipanti intenti a darsi conferme di appartenenza ad una medesima “casta”. Al contrario di quello che accade in certe conversazioni coi grandi nelle quali bambini si  dilettano a far da bastian contrario a dispetto dei loro gusti ed interessi.

Illustrazione via Vintageprintable.com

La conversazione tra pari

Sulla scorta della teoria di Jean Piaget sullo sviluppo cognitivo (epistemologia genetica), gli studiosi si sono interessati all’acquisizione del linguaggio come processo individuale o come fenomeno che riguarda prevalentemente la diade/adulto bambino.  Anche Vygostkij, considerato il pioniere del filone di studi che riconducono lo sviluppo cognitivo alla socializzazione del linguaggio, era interessato alle interazioni comunicative in quanto strumentali all’interiorizzazione di una cultura, dei suoi sistemi simbolici e dei modelli di pensiero razionale (Going beyond Vygotsky – inRupert Wegerif and Neil Mercer. (1997) A Dialogical Framework for Investigating Talk. In  Wegerif, R. and Scrimshaw, P. (Eds) Computers and Talk in the Primary Classroom, pp 49-65. Clevedon:  Multilingual Matters. ISBN: 1853593915).

Da poco più di cinquant’anni, però, la ricerca scientifica ha messo in discussione la convinzione che i bambini tra zero e sei anni siano in grado di sviluppare monologhi collettivi più che vere e proprie interazioni verbali con altri individui ed è progressivamente cresciuto l’interesse verso gli scambi verbali tra bambini come fenomeno comunicativo e come espressione di “culture” dei pari.

La competenza conversazionale

Quando parliamo con i bambini, noi adulti tendiamo ad operare semplificazioni, enfatizzare l’intonazione delle frasi, prolungare le pause per segnalare che stiamo dando loro la parola. Le conversazioni tra adulto e bambino sono spesso conversazioni facilitate che aiutano i piccoli a partecipare, comprendere ed apprendere schemi tipici di interazione.

Questa facilitazione è necessaria perché la competenza richiesta per partecipare ad una conversazione è molto articolata (capacità socio-conversazionali).  Si deve saper esprimere un pensiero, ma anche saper attirare su di sé l’interesse dell’altro.  E’ necessario saper decodificare i segnali per la cessione del turno. Occorre saper riconoscere  la presenza di elementi prosodici come l’intonazione tipica della fine della frase o gli “strumenti linguistici” di cui l’interlocutore dispone per chiamarci in causa.

La conversazione tra pari, invece, è senza rete: è un’avventura di costruzione condivisa di significati, di riferimento al contesto, di comprensione dell’altro e delle regole che governano l’arte del turno di parola e dell’ascolto.
Diversamente da quanto si pensava fino a poco tempo fa, i bambini si cimentano con questa esperienza complicata fin dai  due/ tre anni, età in cui riescono a mantenere, seppur per pochi scambi, l’attenzione condivisa e la partecipazione dell’altro attraverso il richiamo verbale. Intorno ai quattro anni, sono in grado di assumere la posizione del facilitatore nei confronti di bambini più piccoli, ad esempio adattando il tono della voce o il lessico a quelli che essi reputano essere i bisogni di un interlocutore meno esperto. Ma per raggiungere questo traguardo, si “allenano” in situazioni autentiche, non “didattiche”, emergenti dai bisogni reali nei contesti di socializzazione: la negoziazione di ruoli in un gioco simbolico, la risoluzioni di conflitti, la condivisione di esperienze. In queste interazioni, la conversazione si sviluppa ripetizioni e rilanci, spesso costruiti su piccole variazioni della frase iniziale.

Amica di Nina 1:  Giochiamo a principesse?
Amica di Nina 2:  Io sono Biancaneve.
Nina: No, sono io Biancaneve
Amica di Nina 1:  No io
Amica di Nina 2:  No io
Nina:  No io
Amica di Nina 1:  No io
Amica di Nina 2:  No io
Nina:  No io

…..
(fine del gioco e della conversazione)

Cuginetto (4 anni): Io sono andato a vedere la fattoria a vedere con gli animali
Nina: io sono andata domani alla fattoria, no oggi sono andata

Alcune conversazioni tra pari nascono per il piacere di parlare e per cimentarsi in veri e propri giochi linguistici che mettono alla prova la costruzione sociale non solo del senso ma anche della parola, della sua morfologia e del suo potenziale semantico. In questa attività, i piccoli sono veri e propri costruttori di linguaggio.

B4 Pomodoro…. 
B3 Pomodoro da gondola. 
B2 Pomodoro con il fiore. 
B3 Pomodoro con le orecchie del cane. 
B2 Pomodoro mela. 
B3 Pomodoro cacca. 
B4 Un pomodoro, un pomodoro. 
B5 Un pomodoro ciliegia.

(esempio tratto da Zampini – Le abilità conversazionali)

La cultura dei pari

La comunicazione tra pari non  è interessante solo in relazione all’acquisizione del linguaggio, ma anche per l’osservazione delle culture che i bambini sviluppano attraverso la parola e il discorso. Le conversazioni di Nina con amici e “colleghi” sono sono contrassegnate di segnali di appartenenza: la ripetizione di frasi è utilizzata per sottolineare la ricezione/accettazione del racconto di un’esperienza, dell’espressione di un gusto o di un atteggiamento, delle regole del gioco conversazionale e del gioco vero e proprio.

Fino agli inizi del ‘900, si è ritenuto che il bambino fosse esclusivamente ricettivo rispetto ad una cultura, quella degli adulti e per molti l’educazione, ancora oggi, si esaurisce in un percorso di acquisizione funzionale alla formazione dell’essere adulto.

In realtà, nell’ambito delle scienze dell’educazione si è progressivamente affermata la convinzione che i bambini, anche piccolissimi, siano costruttori attivi di cultura.  Secondo William Corsaro, autore di The sociology of Childhood e uno dei primi studiosi ad aver utilizzato l’osservazioni partecipata (con i bambini),  la creazione di sottocultura è una forma di resistenza alla cultura degli adulti. Resistenza che si realizza attraverso una riproduzione interpretativa, una rilettura che i bambini fanno del mondo dei grandi e delle sue norme. Ed  in questo processo di interpretazione che i piccoli finiscono per produrre collettivamente i loro mondi e le loro culture dei pari.

La cultura dei pari
• è una sottocultura, “un insieme stabile di attività o  routine, oggetti, valori e preoccupazioni che i  bambini producono e condividono nell’interazione  con i pari” (SoC p. 110)
• è simbolica: proviene dai mass media (cartoni  animati e film), dalle favole, da figure di leggenda (la befana, la fatina del dentino, il gaingeen…), dai giocattoli

• deriva dal tentativo di 1. trovare un senso 2.  resistere al mondo adulto (che viene sfidato a partire dall’anno di vita).
• permette la conquista di controllo sulla propria vita  e la condivisione di quel controllo con altri bambini

Le culture “antagoniste” dei piccoli descritte da Corsaro sono un tentativo di resistenza all’adultizzazione precoce, tipica delle società occidentali contemporanee (Postman – La scomparsa dell’infanzia). Corsaro ne raccomanda innanzitutto il rispetto.

Rispettare le culture dei pari:  come?
• offrendo molte possibilità di gioco libero, non guidato e non  controllato dagli adulti
• interventi degli adulti siano minimi: dispute e problemi si possano risolvere tra bambini
• se l’intervento adulto è richiesto – spiegare al bimbo come  può trovare una soluzione rispettando il gruppo
• incoraggiare i bambini non solo a rispondere a quesiti, ma  anche a dare opinioni e idee loro.
• se si eludono delle regole, non intervenire subito.  Distinguere tra regole morali e regole convenzionali, organizzative (che possono essere percepite come arbitrarie: aggirarle dà ai bambini un senso di controllo sulle  loro vite).

Bibliografia

Corsaro, W., The sociology of childhood,  SAGE Publications, 2005

Corsaro W.(2010) “Giochi di bambini” in Belotti, V. La Mendola, S.  Il futuro nel presente. Per una sociologia dei bambini  e delle bambine. Guerini, Milano 2010

Asta Cekaite,Shoshana Blum-Kulka,Vibeke Grøver,Eva Teubal, Children’s Peer Talk: Learning from Each Other Cambridge University Press, 2014

M. Luisa Morra Pellegrino Alda Scopesi,  Dal dialogo preverbale alla conversazione. Lo sviluppo in età prescolare della comunicazione tra bambini e con l’adulto, Franco Angeli, 1993

Postam N., La scomparsa dell’infanzia, Armando editore, 2005

 

 

 

 

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