Girotondismi. Periodo Rosa. Cera su tavola (di legno)

Giacomo Balla, “Dinamismo di un cane al guinzaglio” su bucchi.blogautore.repubblica.it/

Diciamolo. La Nina non ha grande interesse per le arti grafiche e pittoriche. In questo assomiglia a mammà. Che ha scoperto le arti visive e, forse, un senso del gusto, passata la trentina, lavorando con Photoshop. A scuola ero disordinata e pasticciona. Troppo per fare dei bei lavoretti e per elaborare rappresentazione sufficientemente decorative.

Quando è seduta davanti al foglio, Nina riesce a stare attenta per un tempo  massimo  sessanta secondi. Sfrega un colore, il foglio si muove e lei  lo butta via infuriata.  Fino ad oggi il suo apporto all’arte infantile contemporanea è stato quasi esclusivamente il disegno di scarabocchi qualunque a cui attribuiva un nome: questo frego è papà, questo pastrocchio è la mamma, questo tratto è la luna. Vertici di astrattismo altissimi, se vogliamo.

Ultimamente, però, siamo passati all’arte concettuale e cinetica, con citazioni futuriste. Prende sempre il pastello a cera rosa pallido e, dopo aver verificato che sul foglio bianco non lascia traccia, si esibisce sul tavolo di legno della cucina, lasciando andare la mano in un furioso vortice di movimenti circolari che producono una specie di cerchi, più o meno intorno allo stesso cerchio. I girotondi (djotondi). Quello è il titolo e il soggetto. Almeno stando all’autrice.

I girotondi, per me, sono opere ovviamente di inestimabile valore. Cancellarle dal tavolo quasi mi dispiace un po’, ma stiamo iniziando  a produrne su carta: periodo blu.  Orgoglio di mamma a parte, quei disegni mi fanno pensare al fatto che, in qualche modo già all’età di Nina i bambini  si confrontino con concetti che, generalmente, pensiamo i bambini acquisiscano in età scolare o al massimo alla materna. Magari mi sbaglio, ma è quantomeno interessante che fin da così piccoli l’esperienza fisica dello stare in cerchio (il girotondo, che mia figlia praticherebbe allo sfinimento) si traduca in un pressappoco cerchio sul foglio. La Nina lo disegna come se le vedesse dall’alto, ma, ancora più interessante, sembra che disegni il “moto” del girotondo replicando per un numero finito di volte il momento circolare. Per certi aspetti, una pratica che richiama involontariamente il metodo Total Physical Response, nato per la didattica della lingua seconda.

Per capire se la mia considerazione ha senso ho rispolverato una lettura che ho fatto, per ragioni di lavoro, alcuni anni fa. Si tratta del volume di Claire Golomb L’arte dei bambini. Contesti culturali e teorie psicologiche , pubblicato in Italia nel 2004.  Secondo l’autrice del volume il disegno dei bambini non si può spiegare come il risultato di una difficoltà tecnica, né attraverso un percorso ideale proiettato al raggiungimento del massimo grado di realismo, come vogliono le teorie tradizionali sul disegno infantile, a discendere da Piaget in poi. Ispirandosi a Rudolph Arnheim, che ha sfidato la concezione dell’arte come copia della realtà sostituendola con l’idea che l’arte è rappresentazione della realtà, la Golomb interpreta il disegno dei bambini (e degli adulti) come l’invenzione di forme realizzata a partire dai “vincoli” offerti dalla superficie bidimensionale e degli strumenti come matite, pastelli, inchiostro. Tutta la produzione artistica è basata più sull’astrazione che sulla tendenza al realismo: il principiante, ed il bambino,  iniziano con la produzione di forme semplificate che non sono somiglianti, ma equivalenti all’oggetto riprodotto per poi evolvere le loro rappresentazioni in una continua tensione tra i problemi posti dalla resa bidimensionale di soggetti tridimensionali. Per Arnheim,  il disegno e la pittura richiedono concetti rappresentazionali che mediano tra la percezione e la rappresentazione. In tutte le fasi dello sviluppo del pensiero grafico/pittorico, il bambino e l’artista inesperto producono un vocabolario di base di forme simili e significative. E se è la simbolizzazione, non la riproduzione, al centro della produzione artistica, secondo la Golomb anche i disegni dei bambini, a dispetto della questione della motricità fine e della tecnica, non possono non essere considerati come problemi di rappresentazione.

Devo dire che, da osservatrice occasionale di girotondi pittografici, la tesi di Arnheim/Golomb mi convince molto. Cuore di mamma a parte, lo sforzo di Nina di produrre circolarità e moto mi sembra molto “rappresentazionale”. Certo, se lei non me lo avesse detto, io non avrei mai saputo che si tratta di girotondi. E qui, come per il linguaggio, catta una riflessione a proposito dei contributi che l’osservazione partecipata e diffusa delle mamme potrebbe dare allo studio dello sviluppo infantile. La Golomb stessa liquida gli scarabocchi fatti dai bambini intorno ai due anni come prerappresentazionali, anzi afferma che “i bambini tendono a romanzare, cioè ad inventare una narrazione priva di relazione manifesta con lo scarabocchio[] i piccoli tendono ad estrapolare una somiglianza accidentale”.  Avendo visto sul nascere i “girotondi” penso che questa concezione derivi dal setting sperimentale e dal fatto che, in un’età così precoce, i bambini difficilmente rispondono con spontaneità all’estraneo. Lasciata in un contesto familiare, è capitato che Nina dichiarasse che cosa stava disegnando: non ha risposto a qualcuno che non conosce, cercando di soddisfare delle aspettative di cui forse non comprende il senso.

La stessa situazione, spesso, si replica nella produzione linguistica. Nell’interazione con l’adulto, spesso anche con un familiare fuori dalla diade mamma/papà, i bambini sono inibiti. Ieri la chiacchieronissima Nina ci ha offerto due saggi di mutismo, di cui uno con la nonna in videochiamata: ha fatto fatica a dire ciao ciao.  Terminata la telefonata, si è esibita in un “nonna titta (fatto) ciao ciao e (and) ata a nanna“. Son convinta che ogni mamma e papà hanno un repertorio di episodi simili da raccontare.

Per l’ultima nota, mi metto la giacca da lavoro. Ho notato, tenendo questo blog, che molto spesso le fonti informative in rete tendono a portare indietro l’orologio della ricerca e degli studi scientifici sullo sviluppo cognitivo. Per brevità o per superficialità, il pensiero prevalente sul disegno infantile è spesso fermo alla teoria piagetiana e non si trova quasi mai, nei siti per la consultazione, un cenno alle critiche in atto.

Secondo il sito BabyCenter.com, per esempio, fino ai diciotto mesi i bambini sono solitamente degli scarabocchiatori e hanno prevalentemente lo scopo di acquisire manualità. Le tappe dello sviluppo infantile (0-3) sul disegno sono quasi sempre legate alla manualità: verso i 26 mesi si scopre il colore e la rappresentazione di oggetti reali, verso i 30 mesi i piccoli imparano a tenere le matite nella posizione corretta per la scrittura e si cimentano con le prime letterine.

Considerato il meccanismo delle citazioni, dei tweet e dei retweet e, banalmente, dei copia e incolla, a volte penso che la rete è luogo dove più difficilmente le “nuove” idee tendono ad affermarsi. E siccome non so se dal 2004 si sono affermate nuove idee e nuove teorie che superano la Golomb, chiudo questo post chiedendo correzioni, integrazioni, segnalazioni.

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