Capirci un’acca. Tre tentazioni e una possibilità per i genitori a scuola

Dopo un anno e mezzo di scuola elementare (mia figlia è in seconda), ho capito che per i genitori ci sono tre tentazioni e una possibilità.


La prima tentazione è la tentazione del bambino “fantasticato”. Accade che quello che le maestre ci raccontano metta in crisi profonda l’immagine che abbiamo coltivato della nostra creatura, il progetto che avevamo. Magari non è il genio dell’ingegneria che ci pareva di aver intravisto mentre giocava con i mattoncini Lego. Magari in classe fa davvero lo stronzetto con i compagni. Magari, invece, riesce bene dove noi lo avevamo giudicato “scarso” perché ci piaceva vederci riflessa una sorta di “spiegazione genetica”  dei nostri traguardi mancati.

La seconda è la tentazione della corsa,  quella pulsione irrefrenabile che ti porta a fare confronti tra il tuo bambino e i compagni di classe, tra la “tua” classe  e quelle parallele, tra te e il mondo.
Per quanto tutti giudichino deplorevole, a parole, questa ossessione a chi fa prima, basterebbe registrarci tre volte all’uscita di scuola per sentire che il discorso è più meno: “Ciao, come stai, noi (?) siamo già alla tabellina del 5…”.
Tutto ciò si basa sulla convinzione ferrea che una maestra è brava quando corre e i bambini corrono appresso a lei. E non ci sfiora mai il dubbio che forse un maestro o una maestra che corre è quello che sta girato faccia avanti, a pensare a ciò che diranno i genitori all’uscita, e che il tempo che “non perde” è quello che serve  per girarsi  indietro a guardare se c’è qualche bambino ha smesso di correre. Ma a meno che quel bambino non sia tuo figlio, chissenefrega.

La terza tentazione è la tentazione dell’epica scolastica. 
É una sorta di corollario della tentazione precedente, perché estende il confronto nel tempo, alla tua memoria di scolaro, che magari risale a trenta o quarant’anni fa.
L’epica scolastica è quella “unità di misura” su cui ti senti autorizzato a dire che una maestra è brava se aderisce a un tuo ricordo annebbiato da decenni di rielaborazione individuale e collettiva, e che una scuola è buona se è “tradizionale”, intendendo con “tradizionale” severissima, faticosissima, tristissima. Dopotutto è stata quella scuola “dura” a forgiare il roccioso e luminosissimo patrimonio culturale che ti permette oggi di ergerti a fine ragionatore di didattica e pedagogia (ma anche di medicina, di economia etc..) anche se di mestiere fai il ragioniere, il commerciante o il notaio. 
Che poi, se io torno alla memoria senza questo “nostalgismo” calato sul naso,  faccio fatica a raccontarmi come una sopravvissuta dello studio “matto e disperatissimo”.  Mi ricordo invece la maestra Ida,  montessoriana di ferro,  che ci faceva fare geometria con delle robe strane, che ci portava in giardino a osservare e misurare, che ci faceva scrivere il giornalino di classe, e che nel 1979, per tutto l’anno, ci ha fatto lavorare sui diritti dell’infanzia. Un lavoro che è rimasto vivo e tenace nella mia memoria e che forse spiega tante cose che io oggi provo a fare.
Ecco, tutte queste cose oggi sarebbero, sono, passate a ferro e fuoco dal tribunale del populismo didattico genitoriale. Giust’appunto, ieri: “Li portano a teatro, li portano a fare i biscotti, li portano a fare l’orto. Ma mi spiegate quand’è che studiano? Non stanno facendo un cazzo (sic). Ecco perché sono indietro con le tabelline”. 
E tu un po’ ci provi a spiegare che per fare i biscotti serve molta più matematica che per fare le tabelline, ma subito intercetti quello sguardo di sufficienza che contiene tutta una filosofia dell’educazione (eeeh, ecco un’altra di ‘sti fricchettoni demmerd che hanno rovinato la scuola, tutta colpa del ’68).

Ma c’è anche una luce in fondo al tunnel. É la luce che scaturisce quando  sfogliando i libri e i quaderni del tuo bambino, della tua bambina, riscopri delle cose che avevi dimenticato, dei saperi che possedevi ma che hai smesso di esercitare, perdendoli. E quando li ritrovi ti viene da sorridere, ti senti contento, senti che forse sei stato e potresti essere di più di quanto fino a poco prima eri certo di essere.
Come quando inciampi nella lettera acca maiuscola corsiva e ti rendi conto che era bellissima, anche se nessuno la usa mai perché per correre pratichiamo un corsivo imbastardito, se e quando ancora scriviamo in corsivo.
O come quando si riaffaccia “la preistoria” e tu improvvisamente ti ricordi che ti piaceva tantissimo “la preistoria” e che a sette/otto anni eri certa che la tua vita sarebbe stata dedicata allo studio “della preistoria”. 
É in questi momenti che si apre, per noi genitori, la possibilità di riallacciare un rapporto con curiosità e interessi che avevamo smarrito, di spostare l’attenzione dalle tre tentazioni al piacere di appassionarsi alle cose che si incontrano a scuola.
Magari mi sbaglio, ma io credo che questa sia l’unica vera competenza che, da genitori, possiamo esercitare.

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