Parassiti

Una paio di settimane dopo l’inizio della prima elementare, Nina è tornata da scuola con un bigliettino. C’era scritto più o meno così: “Si pregano i signori genitori di controllare ogni sera i capelli dei bambini e, in caso siano presenti parassiti, procedere ad adeguato trattamento.”

Qualche giorno dopo è tornata con una fotocopia in bianco e nero che conteneva un esercizio di ordinamento con i regoli (sì, ancora loro).
Il compito era disegnare una sequenza ordinata in base a lunghezza e colore, ma Nina aveva sbagliato l’esercizio: era riuscita ad ordinare correttamente tutte le sequenze in base alle lunghezze, ma colorandoli si era presa delle libertà, cambiando il colore di un paio di regoli.  La maestra le ha segnato l'”errore” con un punto interrogativo. Accanto Nina ha “riparato” nell’esercizio successivo ripetendo lo stesso esercizio di ordinamento con le cifre. La questione si è chiusa lì.

In un certo senso, aveva ragione Nina.  Il colore dei regoli è stato concepito è un’informazione che dovrebbe aiutare i bambini ad “imparare” il numero. Secondo altri è un distrattore (vedi il post Regoli e regole). In ogni caso non è particolarmente significativa rispetto al numero.

Non le ho detto niente. Come dicono mio marito e una mia collega saggia, i bambini grazie a Dio sopravvivono aggiustando il tiro da soli, cogliendo tanti stimoli. Anzi, alcune “idee sbagliate”  sono funzionali all’apprendimento: «Una misconcezione è un concetto errato e dunque costituisce genericamente un evento da evitare; essa però non va vista sempre come una situazione del tutto o certamente negativa: non è escluso che per poter raggiungere la costruzione di un concetto, si renda necessario passare attraverso una misconcezione momentanea, ma in corso di sistemazione» ( D’Amore B. (1999a). Elementi di didattica della matematica. Bologna: Pitagora.)

Però. Silvia Sbaragli,  del Nucleo di Ricerca in Didattica della Matematica dell’Università di Bologna, spiega molto bene che queste idee, immagini, rischiano di radicarsi nella testa dando vita a “modelli parassiti” di concetti matematici.  E porta qualche esempio.
Per esempio.  

Durante un esame di Matematica all’Università, presso la Facoltà di Scienze della Formazione Primaria, si è chiesto ad uno studente non frequentante di spiegare che cos’è un angolo.
A questa sollecitazione lo studente risponde: «Un angolo è la lunghezza dell’arco»e, dopo aver chiesto se poteva disegnare, lo studente 

realizza la seguente “classica” rappresentazione che mette in evidenza l’arco che, a suo parere, identifica l’angolo:

Alla provocatoria sollecitazione del docente:«Allora, a mano a mano che ti sposti l’angolo diventa sempre più ampio?», supportata dalle seguenti aggi

unte al precedente disegno:lo studente risponde: «È vero, non ci avevo mai pensato!»
Sbaragli, da studiosa, entra in un terreno difficile e tenta di spiegare che soprattutto in materie come la matematica – diciamo, ad alta densità di astrazione – l’acquisizione di concetti non può che passare da oggetti e da rappresentazioni. E che  “qualsiasi rappresentazione: un disegno, una frase, un grafico, un modello tridimensionale, …, non avrà mai le caratteristiche concettuali di astrattezza, idealità, perfezione, generalità.” di un concetto matematico. Tuttavia presentando molte rappresentazioni diverse, tutte coerenti con il concetto, e possibilmente prive di distrattori inutili, si dà a chi apprende più possibilità di acquisire quel concetto in modo corretto e di utilizzarlo in modo concreto, “funzionante”. 
Ora, la didattica della matematica è un territorio affascinante e difficile. Ma quello che mi premeva sottolineare è che in questa scuola che è sempre pronta a dare ai bambini la responsabilità dell’errore, o peggio ancora a rendere clinica e cronica la difficoltà, raramente ci si chiede quali siano davvero le loro cause.
Lo si fa, ma solo a livello della “grande narrazione” che ci consola dicendo che la scuola è inadeguata, i ragazzi e i bambini sono cambiati, che c’era una volta l’educazione, l’attenzione di scolari e genitori per l’indiscutibile parola del maestro.  Una narrazione che piace a tutti, favorevoli e contrari, perché nessuno fa fatica, ed è l’innovazione comoda, delle cose tecnologiche o delle didattiche motivational.
Invece io penso che c’era una volta, e oggi non c’è quasi più, il duro lavoro sulle didattiche disciplinari, lo studio minuzioso di come si fa una “trasposizione didattica”, che in parole povere è quell’azione che un insegnante fa per “porgere” ai bambini un sapere, per condividerlo a partire da ciò che loro già ne sanno.  Allora a noi genitori, a volte “armati” a volte no, non resta che seguire la raccomandazione contenuta in quel bigliettino e controllare sempre, prima di rimproverare, se c’è qualche “parassita” nella testa di un bambino.

 

 

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