Il termometro

main_page_03Come ha già ben scritto Ivan Sciapeconi, un maestro bravissimo che ho avuto la fortuna di incrociare qualche anno fa, “Parlar male dell’Invalsi è più o meno come sparare sulla Croce Rossa. Quando c’è uno che si mette a parlar male dell’Invalsi, io – ma non so perché mi viene così – provo a metterci una pezza. (Occhiovolante).

Io però voglio raccontare qualcosa che è accaduto ieri. Mia figlia, che è in seconda elementare, si è messa a piangere. A dirotto, con le guance rosse, in quel modo disperato che hanno in bambini di piangere quando qualcosa li fa arrabbiare davvero.
Tra le lacrime diceva così: “Questi qui sono cattivi, ci fanno sbagliare apposta. Vogliono farci fare la figura degli stupidi, a noi bambini, davanti alle persone importanti.”

A scatenare questa reazione, un quesito contenuto su libriccino di allenamento alle prove. Un problemino semplice che però, invece di esplicitare tutti i dati nel testo, ne “nascondeva” uno in un’illustrazione.
Io ho provato a spiegarle che un problemino fatto così serve a stuzzicare la fantasia matematica dei bambini. Ho provato a spiegarle che stava lì, nelle cose delle prove INVALSI, perché nei libri di testo spesso i problemi sono solo dei calcoli, mentre nella vita reale non sempre abbiamo tutti i dati a disposizione per trovare la soluzione.
Ma a differenza del maestro Ivan,  che qualche volta riesce a portare quelli con cui parla su posizioni che non condivide, io non ho convinto per niente. Lei mi ha urlato: “Questo NON è un PROBLEMA REALE, è un PROBLEMA DI SCUOLA che non segue le regole dei problemi di scuola.” E ha messo così all’angolo me e le sedicenti didattiche per competenze, i compiti di realtà e altri rosari snocciolati da beghine pedagogiche.

Il fatto è che i bambini sono intelligenti e non li prendi in giro facilmente. Subito imparano le norme di quella che Celestin Freinet chiamava la scolastica:  l’insieme di  regole di lavoro e di vita della scuola che non sono valide fuori dalla scuola (Invarianti pedagogici). Subito imparano a  giocare a questo gioco, di cui le prove Invalsi, al netto dei goffi tentativi di “realismo didattico”, fanno parte. Imparano a rispettare queste regole, ad anticiparle, ad aggirarle, a intercettare le risposte. Mettono in atto le “loro” strategie, uguali e contrarie a quelle dell’insegnante, per prendere un buon voto, per fare economia di energie da dedicare, a torto, ma forse un po’ a ragione, a cose che ritengono più interessanti.

E in questo gioco non serve a niente presentare la questione dell’Invalsi raccontando la lezioncina del “termometro”, che molti hanno imparato a pappagallo, come da migliore tradizione scolastica.  Così abbiamo provato a far noi, a casa, dicendo che le prove non valutano i bambini, ma sono un modo per capire se nelle scuole si lavora bene (“Allora valutano le maestre?“), anzi, se ci sono le condizioni per fare un buon lavoro (“Valutano se la scuola è comoda?“), anzi se il ministro fa le cose giuste per far lavorare bene i bambini e le maestre. “Si, ma alla fine sono io che sbaglio, se sbaglio.” mi ha liquidato lei “E se sbaglio sono io che mi vergogno.”

La verità è che è davvero difficile non parlar male delle prove Invalsi.
Forse l’intento del termometro non è neppure tutto da buttare e alcuni di quei quesiti sono buoni. Altri sembrano fatti in fretta, senza prendersi il tempo per capire se è sensato, per esempio, usare la parola “retta” per indicare quella che molti bambini di seconda elementare conoscono più spesso come “linea dei numeri”. E senza chiedersi cosa proverà un bambino quando non riuscirà a capire la domanda, solo perché, da persona seria, prenderà le prove e le simulazioni delle prove più seriamente di chi le ha scritte.

Ma più in generale, è davvero difficile non parlare male delle prove Invalsi perché istituiscono un rituale valutativo potentissimo, che i bambini leggono con grande lucidità e che crea una grande sfiducia verso gli adulti che li educano, genitori e maestri.
La cerimonia dell’INVALSI è una validazione fortissima alla teoria che a scuola il compito dei bambini è prendere buoni voti e che per prendere buoni voti si deve indovinare la risposta giusta, che è nella testa del maestro o nel testo della prova.  E tu, se dici il contrario,  se dici quelle cose tipo “l’errore è utile a imparare”, sei un ipocrita o un povero ingenuo.

Abbiamo dei margini di scelta. Primo fra tutti capire se vogliamo una scuola così scolastica, o se vogliamo una scuola dove al centro c’è la conoscenza, e sullo sfondo, molto sullo sfondo, la valutazione. Una valutazione trasparente, quasi invisibile, che è più una mappa per l’azione degli insegnanti, che un termometro per misurare chi tra gli studenti è sano o chi è “malato”.

Se il termometro lo vogliamo usare, allora mettiamolo da un’altra parte, dove fa meno male. E se davvero vogliamo capire la salute della nostra scuola, facciamolo nel rispetto dei bambini.
Per esempio, cominciamo a prendere quelli come me, i ricercatori chiusi negli istituti o nei dipartimenti universitari, occupati a fare riunioni, questionari, monitoraggi che producono dati magici che cadono sempre in piedi, a scrivere articoli sull’unghia del mignolo del piede, come dice un’amica mia. Mandiamoli, mandateci, anzi andiamo in un campione di scuole per un anno, per due, per un intero ciclo, tre giorni a settimana, cinque, ad aiutare maestri e maestre in un’azione di osservazione e documentazione di quello che i bambini sanno, e su come lo imparano, tenendo presente i traguardi delle Indicazioni. Facciamolo dentro una relazione vera con quei bambini, che sono esseri pieni e vivi, non compilatori di test discutibili o topolini da osservare da dietro un vetro.
Facciamo così non solo perché è più corretto da un punto di vista etico e pedagogico, ma perché è anche più scientifico: ci renderemo conto subito, per esempio, che la paura e la vergogna sono la causa e non l’effetto dell’errore.
E poi per altri cinque anni chiudeteci, chiudiamoci, ad elaborare tutti quei dati che abbiamo raccolto, scannandoci a morte per decidere come interpretarli e quale  rappresentazione più fedele alla realtà. Una rilevazione fatta così, ogni dieci anni, secondo me è più affidabile di dieci anni di prove.
Sempre che l’intento sia il termometro e non la classifica delle scuole, o, come pensa mia figlia, la classifica dei bambini.

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