Spauracchi matematici e altri animali fantastici

All’uscita da scuola, un venerdì.
N: “Mamma, questa settimana i compiti sono pochi perché finalmente (sic) dobbiamo fare le tabelline. Le dobbiamo imparare a memoria. Sono difficili, devo lavorarci  tutto il fine settimana.” 
Nina, che fa la seconda primaria, ha un rapporto pacifico con i pochi compiti a casa che le maestre le danno il fine settimana. Di solito occupano una mezz’oretta prima del pranzo domenicale. La matematica le è simpatica: è una cosa che si fa in “velocità”, lei dice, “trovi il risultato ed è finita”, mentre altre cose, come disegnare e colorare, richiedono pazienza e “il risultato non c’è”. Come molti bambini, usa intuitivamente tanta matematica; moltiplica per fare previsioni sulla paghetta (“avere 6 euro mi ci vogliono tre settimane”), tiene a mente prestiti, debiti (“se mi anticipi un euro questa settimana, la prossima me ne dai uno solo), fa calcoli sul numero degli amatissimi pupazzetti che può comprare in edicola destreggiandosi tra quantità e prezzi differenti (con dieci euro ne posso comprare uno da sei e due da due euro).  
Eppure, le tabelline da imparare a memoria hanno immediatamente innescato un’ansia ingiustificata, hanno bussato alla porta di casa come un mostriciattolo viola, una montagna da scalare, accompagnate dalla fama di essere una difficoltà, nonostante settimane di esercizi di “addizione ripetuta”, schieramenti, raggruppamenti.  Appena sono comparse sul diario affiancate dalla  richiesta esplicita della maestra di “imparare a memoria”, quelle stesse cose che agilmente erano parte di una curiosità “naturale” per il calcolo sono diventate difficili. E se fino a qualche giorno fa la memoria di Nina si destreggiava con piccole moltiplicazioni in ordine sparso, da ieri la tabellina del 2 e 3 sono diventate una filastrocca di numeri. Che, secondo me, non è di per sé non è un male, come scrive Bruno D’Amore.

“Diversamente da quanto si potrebbe pensare, io sono favorevole all’apprendimento delle tabelline a memoria, anche se non trovo necessario impararle tutte in seconda elementare: si possono finire di memorizzare anche in quarta, senza problemi. Credo che diano ai bambini un meccanismo automatico da poter poi attivare nelle situazioni più diverse, anche di carattere speculativo superiore, come durante la risoluzione dei problemi. Sapere le tabelline dà una sicurezza a cui, secondo me, non bisogna rinunciare. Come imparare le poesie a memoria: io stesso, dai tempi della scuola, ne ricordo varie decine e la cosa mi inorgoglisce. Volete mettere dire due cose su Montale o recitarne, così dal nulla, qualche verso? Decisamente un altro paio di maniche”. (Link)

Quello che mi è parso interessante è capire da Nina da dove nascesse quell’ansia, quella rappresentazione della difficoltà, quel valore di “rito di passaggio”, tappa fondamentale, scoglio, colonna d’Ercole che le tabelline  improvvisamente acquisivano. 
Nasce in corridoio, ho scoperto poi. Nel corridoio della scuola, quando a ricreazione i bambini incontrano i loro pari, e parlano tra loro; con  quelli dell’altra seconda che magari ci sono già passati il giorno prima, con i più grandi che le tabelline che si vantano di averle  addomesticate e agitano altri spettri matematici (le frazioni, mi dicono), o che invece ancora si divincolano tra le maglie della tavola pitagorica. E chissà quanti altri miti, mostri e animali fantastici si annidano in quel corridoio, di cui si sa poco e niente… Mostri geografici, streghe grammaticali, troll geometrici, orchi storici…

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