Quando la scuola taglia la testa ai bambini. E loro se ne accorgono.

N: “Quello che proprio non va bene, della scuola, è che si fanno 4, forse addirittura 6 ore di matematica, e solo una di ginnastica.
Ci dovrebbe essere almeno un’ora di ginnastica tutti i giorni, per fare tutti gli sport: football, danza, tutto.
Guarda, io sono anche disposta a restare un’ora in più (sic.) Ma devono capire se non eserciti il corpo non eserciti neanche il cervello (sic). Devono capire che se le mie ossa non sono forti io non mi muovo, non corro, non faccio le cose e resto sempre attaccata al banco. E allora a cosa mi serve essere una sapientina?”

N. 7 anni e 4 giorni

Anche Mario Lodi la pensava così, più o meno.

Nel 1973 scriveva su Paese Sera che La scuola decapita i bambini. (Il testo integrale è reperibile su Il canovaccio)

lodi

La storia del bambino incomincia nel corpo della madre, dove egli vive completamente protetto, alimentato e scaldato senza riconoscere la vita della madre come altra. Poi il bambino nasce e si stacca dalla madre, cambiando quindi radicalmente la propria situazione. Comincia da qui per il bambino la sua avventura di «esploratore».
Egli scopre tante cose: la luce e l’ombra, il caldo e il freddo, il cibo e il desiderio, e il proprio corpo, che egli usa di continuo come mezzo di espressione e di comunicazione per instaurare rapporti con gli altri. In questo periodo il bambino piange, sorride, tocca, coinvolgendo l’adulto (l’altro), che l’aiuta a soddisfare le sue esigenze.
Ogni scoperta viene dal bambino incorporata, senza però annullare le precedenti, in un rapporto continuo con l’ambiente i cui dati vengono organizzati nello spazio e nel tempo dalla memoria. Il corpo del bambino è una prodigiosa macchina che elabora dati e crea «cultura»: quando va a scuola per la prima volta, il bambino conosce già tantissime cose: ha scoperto se stesso e gli altri, possiede un linguaggio e delle idee, usa la memoria come mezzo di organizzazione delle scoperte e il corpo come linguaggio per mezzo del quale egli rapporta se stesso agli altri e vive ogni esperienza.

È questo il processo naturale di «apprendimento» e di crescita di ogni uomo, che dovrebbe continuare per tutta la vita. Se si interrompe la continuità della scoperta, il processo si arresta, le informazioni non riescono più ad essere incorporate e la memoria, da mezzo di organizzazione delle conoscenze diventa un meccanismo della ripetizione. È quel che accade nella scuola quando i bambini, invece di essere aiutati a continuare la loro evoluzione, vengono aggrediti con l’imposizione di programmi preordinati da svolgere in tempi determinati. Le reazioni dei bambini, in tale situazione, possono essere diverse: c’è chi si difende subendo la imposizione, adattandosi e rinunciando quindi alla propria originale cultura e al proprio linguaggio; c’è invece chi non rinuncia ad essere se stesso e si ribella. In ogni caso è una situazione drammatica, con conseguenze dannose.

L’aggressione si consuma « decapitando » i bambini, ai quali si stacca la testa dal corpo e la si riempie di nozioni. Il corpo, considerato un inutile strumento, viene seppellito in un banco, avvolto in grembiuli uguali per tutti/sui quali la tradizione in molte scuole appende come ghirlanda un enorme ridicolo fiocco. E anche quando lo chiameranno a fare la ginnastica, con gesti uguali per tutti, comandati dall’esterno come movimenti per la rianimazione dei paralizzati, sarà un corpo senza vita. Il corpo vivo non compie gesti imposti, mette in moto ogni facoltà della persona per esprimere e comunicare idee, per lavorare, inventare, cantare, danzare, secondo il suo ritmo interiore che diventerà collettivo non su ordine di un organizzatore ma per esigenza vitale.

[..]
È chiaro che tutto ciò discende da una concezione politica della scuola: accettare la formazione dei gruppi significa accogliere l’idea di agire sull’ambiente, di considerarlo modificabile. Questo è ritenuto pericoloso da chi considera la scuola strumento di conservazione del potere. È lo stesso atteggiamento che assumono i regimi conservatori che censurano le informazioni per dare a tutti l’impressione che si vive in una situazione immutabile, nella quale è inutile agire per cambiarla

 

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