Piccola bibliografia letteraria sulla maternità

Giorni fa una collega che sta per avere un bambino mi ha chiesto di consigliarle qualche libro per prepararsi alla maternità. Non le servivano manuali e consigli, ma libri che l’aiutassero  ad affrontare emozioni, e sentimenti nuovi.

Piccola bibliografia letteraria sulla

Pur avendo letto un bel po’ prima della nascita di Nina, l’unica libro che sono riuscita a consigliarle è stato Mammalingua. 21 filastrocche per mamme e per neonati di Bruno Tognolini: una raccolta di poesie che mettono in parola il salto nel vuoto del primo incontro tra madre e figlio.  Scrive Tognolini:

Queste poesie per neonati sono state un’avventura di scrittura come poche, per me. Sapevo da principio che non avrei parlato di loro, ma a loro; dopo un po’ mi sono accorto che parlavo con la voce della mamma, quel misterioso canto di balena che suona nell’oceano “là fuori”. Non ho opposto resistenza a questo canto, e sono nate ventuno filastrocche, una per ogni lettera, nell’alfabeto di una “mamma lingua” originale:ACQUA, BOCCA, CACCA, DORMI, ECCO, FIGLIO, GIORNO, HAI, IO, LINGUA, MAMMA, NO, ORA, PIANGI, QUI, RIDI, Sì, TU, UNO, VIA, ZITTI.

Mi sono resa conto non essere in grado di dirle molto di più, perché io stessa sono arrivata alla maternità coltivata a “manabili” e sperando di aver trovato tutti gli strumenti per addestrarmi ad essere madre e materna.
Sì, perché le librerie sono piene di prontuari che quasi quasi arrivano a convincerti che la maternità sia un mestiere, peggio che mai, una tecnica a cui attingere per avere sempre tutto sotto controllo. Ma una madre, questo si scopre presto o tardi, non lo è di più se sa tutto di puericultura, pediatria, pedagogia, psicologia, neuroscienze, didattica solo per negare una condizione esistenziale che sconvolge, scompensa, ridefinisce forse al pari della nascita.
Certo, le tecniche ed i saperi servono, aiutano la pratica della maternità. Ma non solo non bastano. Danno l’illusione che anche la maternità, come ormai molte altre cose che afferiscono alla sfera dell’umano, sia riducibile perché dicibile in un linguaggio divulgativo e orientato alle procedure. Invece, la maternità è talmente complessa che il suo linguaggio deve essere complesso, densamente retorico, affrontabile con letture che devono essere rilette. Almeno per me.

E allora la richiesta, alla quale non ho saputo rispondere, è diventata per me una lezione. Cosa si può leggere per prepararsi, ammesso che sia possibile, o per sentirsi accompagnati nella condizione di madre?

La letteratura, forse

Si può imparare dalla letteratura tutto quello che i manuali non dicono? Forse possiamo trovare quel linguaggio complesso che travalica la tecnica della maternità? Ci possono servire poesie e romanzi  per prepararsi agli aspetti apparentemente più ineffabili dell’essere madre? In fin dei conti, a cosa serve la letteratura ad una madre?

Non ho una risposta. Ho potuto collezionare alcuni tentativi di risposta, più o meno interessanti, ma general generici. Di Filippo La Porta. Di Umberto Eco. Di Piperno contro Scurati e di Scurati contro Piperno.
Ho trovato anche un bel video.

La poesia, forse

La poesia, certo. Ad essere onesti, si può essere talmente disabituati alla poesia  da non essere più in grado di leggerla.  O trovarvi il fastidio di una forza, quasi violenta.

Qualche tentativo per riabituarsi.

Con Alda Merini, Il mio primo trafugamento di madre.
Con Sylvia Plath, Canto del Mattino.
Con Sibilla Aleramo, Grandi Occhi
Con Antjie Krog, Primo segno di vita

I romanzi, forse

Mi sono chiesta allora quali sono i romanzi che vorrei leggere. Ma avevo le idee chiare soprattutto sui romanzi che non voglio leggere.
Ho più di un pregiudizio, lo ammetto. Non mi interessano le scritture  che rimestano nel lato oscuro della maternità occhieggiando alla cronaca nera. Per intendersi, mi tengo alla larga produzione delle varie concite, sparaco e compagnia bella.   Allo stesso modo ho escluso a priori le madri epigoni della Kinsella, quelle che usano il tragicomico per veicolare l’idealtipo di una madre che gioca in difesa dei suoi presunti spazi, personali e professionali, e resiste al cambiamento radicale che il bambino chiede.
Sono due facce della stessa medaglia: uno stereotipo di maternità, e di femminilità, ripiegato sull’egocentrismo, tutto concentrato sulla missione di coltivare la donna come soggetto produttivo e consumante. Si predicano come le scritture della madre individuo, ma sono l’apologia della madre individualista, e in nome della depressione o del tempo dell’aperitivo, legittimano la delega e il distacco affettivo.

Con questo non dico che le madri non abbiano diritto al riposo, allo spazio, al sostegno psicologico. Anzi sono convinta che davvero per crescere un bambino occorra un intero villaggio come recita il proverbio africano. Ma non riesco a farmi andare a genio la tesi dell’antagonismo tra madre e bambino che fa da sottofondo a questa operazione culturale, e la tensione a negare che la maternità sia un passaggio dall’uno al due.

Esclusa questa letteratura indesiderata, ho cercato di compormi una piccola bibliografia estiva andando alla ricerca di trame, autori. Ho scelto quasi tutti romanzi usciti negli ultimi 10 anni. Ho fatto scelte di campo guardando gli editori, che secondo me ancora contano, al netto di rare eccezioni.  Ho consultato i rating e i commenti dei lettori sulle piattaforme di social reading, però. Ho trovato, in qualche caso, un lavoro di critica letteraria che mi ha aiutato a scegliere. Ebbene sì, io un po’ ci credo ai critici, accondiscendendo ad un vizio guadagnato sul campo una vita fa.

Questo è quello che è rimasto.

E. Tonon, La luce prima, Isbn edizioni, Milano 2011

“La luce prima” è lo struggente canto d’amore di una madre. Tonon riesce nell’impresa di parlare della più universale delle cose, la madre che tutti abbiamo, senza mai cadere nella retorica, anzi arrivando con la sua scrittura potente a toccarci nel profondo. “La luce prima” è un urlo disperato. Un’invettiva tenera e insieme furiosa, contro l’assurdità del tempo, delle illusioni, della morte. Un romanzo che è tuttavia anche un coraggioso, supremo atto di forza: da parte di un autore disposto a lasciare sulla pagina tutto se stesso. La recensione su Doppiozero.

Isabel Allende, Paula , Feltrinelli, 1995

L’opera scaturisce dal desiderio dell’autrice di entrare in contatto con la figlia ventottenne Paula, ammalatasi di porfiria, una malattia rara e gravissima, che l’ha condotta in uncoma irreversibile. La vicenda si svolge dal giorno del ricovero di Paula in un ospedale aMadrid, città dove da poco viveva con il marito Ernesto, avvenuto il 6 dicembre 1991, fino alla sua morte, giunta esattamente un anno dopo, il 6 dicembre 1992, nella casa diAllende a San Francisco. La madre le resta a fianco tutto il tempo, durante il ricovero nella capitale spagnola, alloggiando in un misero motel, dove, di sera, scriveva il romanzo. Le sorti di Paula, però, peggiorano sempre di più, e la sua degenza in ospedale diviene inutile, tanto che viene trasferita a casa di Allende, a San Francisco, in modo che possa essere circondata da amici e parenti. E alla fine se ne andrà, circondata dalle persone che ha amato, che l’hanno amata e che l’ameranno per sempre.

Rosa Matteucci, Cuore di mammaPiccola Biblioteca Adelphi
2006, 6ª ediz., pp. 136

Da una parte una madre asserragliata nella solitudine, chiusa fra quattro mura che emanano freddo e infelicità, in una casa di campagna dove nulla pare funzioni, torva, proterva, sospettosa. Dall’altra una figlia dalla vita scombinata, che sente ogni settimana il dovere, angoscioso e astioso, di visitare la vecchia madre. E che ora vuole risolvere i suoi crucci, trovandole una badante. Ma la madre resiste.
Il conflitto, al tempo stesso lacerante e orribilmente comico, culmina in una festa per anziani, sgangherata e grottesca, finché tutto si raggela in un’istantanea di vero dramma. Occorreva una mano sicura, un occhio che non arretra dinanzi a nulla per raccontare con precisione una storia del genere. Una di quelle storie così comuni che non si trovano nei libri.

Bajani, Andrea. Se consideri le colpe. Einaudi, 2007.

Gli uomini che atterrano a Bucarest sono in cerca di fortuna. Hanno trasferito lí le loro aziende, comprato terreni e fuoristrada e innalzato capannoni con nomi italiani. Lui invece cerca qualcos’altro: vuole capire chi era sua madre ora che non c’è più, ridarle un volto, camminare le sue strade. Nel ricordo rimangono un’infanzia magica e un abbandono, le due metà di una donna che si è lasciata tutto alle spalle per seguire un progetto grandioso e un uomo sbagliato. Sullo sfondo il ritratto feroce di un Occidente che spaccia miti da due soldi, e per due soldi compra la miseria altrui.

Yoshimoto Banana, Delfini, Feltrinelli  (collana I canguri) 2012

Kimiko, una giovane scrittrice di romanzi rosa  esce con Goro che convive con Yukiko, una lontana parente molto più grande di lui. Una sera dopo una stupenda visita all acquario di Tokyo Goro e Kimiko visitano i delfini e dopo essere tornati a casa Kimiko fa l’amore con Goro; ma lei capisce che tra di loro non può esserci un futuro quindì decide di allontanarsi e abbandonare Tokyo. Kimiko trova come rifugio un tempio vicino al mare dove conosce Mami una giovane ragazza con doti sovrannaturali che le dà una bella notizia: Kimiko è incinta; lei cerca di avvisate Goro, il quale le chiede di riconoscere la bambina e basta, così da non rovinare il rapporto tra lui e Yukiko, né sposarla. In attesa della nascita della piccola Akake, la lunga gravidanza di Kimiko è velata da un sogno costante: dei delfini che nuotato in acqua. Chissa se è per ricordare la sera con Goro o per far capire a Kimiko che la cosa più giusta è tornare da Goro…

Michela Murgia, Accabadora, Einaudi, 2009, pp. 164

Perché Maria sia finita a vivere in casa di Bonaria Urrai, è un mistero che a Soreni si fa fatica a comprendere. La vecchia e la bambina camminano per le strade del paese seguite da uno strascico di commenti malevoli, eppure è così semplice: Tzia Bonaria ha preso Maria con sé, la farà crescere e ne farà la sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno. Quarta figlia femmina di madre vedova, Maria è abituata a pensarsi, lei per prima, come “l’ultima”. Per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della vecchia sarta del paese, che le ha offerto una casa e un futuro, ma soprattutto la lascia vivere e non sembra desiderare niente al posto suo. “Tutt’a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fili’e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia”. Eppure c’è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c’è un’aura misteriosa che l’accompagna, insieme a quell’ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra. Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte. Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell’accabadora, l’ultima madre.

Castel-Bloom, Orly. Dolly city. Columbia University Press, 2010.

Dolly è una madre, adottiva, ossessiva. Controfigura spietata della “yiddishe mame”, che poi assomiglia molto all’onnipresente mamma italiana. Dolly è la madre che pensa sempre al peggio, che tormenta per proteggere, che ti scruta nelle viscere. Ma “Dolly City” è anche un libro sul rapporto con la terra d’Israele e con una città, Tel Aviv, colta nel suo squallore e la sua vitalità, nella sua anarchia ecologica e la violenza della vita urbana e moderna. Un romanzo in cui miti e luoghi comuni sono annessi con spensierata disinvoltura alla narrazione, stravolti, dati già per distrutti, per allestire la scena sulle loro macerie fumanti.

Stedman M. L., La luce sugli oceani, Garzanti Libri 2012

Isabel ama la luce del faro tra gli oceani, che rischiara le notti. E adora le mattine radiose, con l’alba che spunta prima lì che altrove, quasi quel faro fosse il centro del mondo. Per questo ogni giorno scende verso la scogliera e si concede un momento per perdersi con lo sguardo tra il blu, nel punto in cui i due oceani, quello australe e quello indiano, si stendono come un tappeto senza confini. Lì, sull’isola remota e aspra abitata solo da lei e suo marito Tom, il guardiano del faro, Isabel non ha mai avuto paura. Si è abituata ai lunghi silenzi e al rumore assordante del mare. Ma questa mattina un grido sottile come un volo di gabbiani rompe d’improvviso la quiete dell’alba. Quel grido, destinato a cambiare per sempre la loro vita, è il tenue vagito di una bambina, ritrovata a bordo di una barca naufragata sugli scogli, insieme al cadavere di uno sconosciuto. Per Isabel la bambina senza nome è il regalo più grande che l’oceano le abbia mai fatto. È la figlia che ha sempre voluto. E sarà sua. Nessuno lo verrà a sapere, basterà solo infrangere una piccola regola. Basterà che Tom non segnali il naufragio alle autorità, così nessuno verrà mai a cercarla. Decidono di chiamarla Lucy. Ben presto quella creatura vivace e sempre bisognosa d’attenzione diventa la luce della loro vita. Ma ogni luce crea delle ombre. E quell’ombra nasconde un segreto pesante come un macigno, più indomabile di qualunque corrente e tempesta Tom abbia mai dovuto illuminare con la luce del suo faro.

Marie Darrieussecq, Una buona madre, Guanda, 2002

Marie Darrieussecq sogna un pomeriggio al cinema, ma se trova il coraggio di separarsi per qualche ora dal suo piccolo sceglie film ispirati a storie di maternità coraggiose oppure, senza neanche uscire di casa, una videocassetta con le immagini del figlio. Incredula, soggiogata da una tenerezza divorante (nel senso che vorrebbe mangiarsela davvero, quella creatura tonda e morbida), confessa che essere mamma la rende sentimentale e, quaderno alla mano, seduta al tavolo di cucina raccoglie, tra un ricordo, una riflessione, un aneddoto divertito, le istantanee di una stagione irripetibile.

Didion, Joan. Blue nights. Vol. 65. Il Saggiatore, 2012

Dopo una lunga e brillante carriera come scrittrice, giornalista e sceneggiatrice a fianco di John Gregory Dunne, scrittore  e sceneggiatore come lei, nel dicembre del 2003 Joan Didion viene trascinata con violenza dalle rapide del destino. Mentre la figlia Quintana si trova ricoverata in un reparto di terapia intensiva colpita da una gravissima infezione polmonare, suo marito le muore letteralmente davanti agli occhi per un attacco cardiaco. Meno di due anni dopo, il racconto dei mesi successivi a quella scomparsa, restituito con vividezza, onestà e un lirismo potente e non stucchevole diventa un libro di enorme successo, il memoir L’anno del pensiero magico (Il Saggiatore 2006), vincitore nel 2005 del National Book Award per la non fiction. La recensione.

Altri

Questo un piccolo cerchio di letture facili da reperire e forse anche da affrontare. Poi sulla madre è stato scritto molto altro. Nella storia della letteratura.

Alcuni spunti.

Sul sito della Fondazione Gramsci si trovano alcune sintesi sulla figura materna in letteratura prodotte per un ciclo di studi promosso dalla Sezione Didattica dell’Associazione degli Italianisti Italiani-ADI-SD: la madre nella letteratura classica e nella letteratura francese.

Su Libreriamo una selezione di madri letterarie: la Mamma Oca dei Racconti di Perrault,  Anna Fierling, ‘Madre coraggio e i suoi figli’ di Bertolt Brecht, la Margaret Curtis March, ‘Piccole donne’ di Louisa May Alcott.

Dal blog Tutto il resto è noia si scoprono le madri della letteratura classica. Si scopre anche la madre nella poesia del Novecento, quella di Ungaretti, Quasimodo, Pasolini.

Anche se, a dirla tutta, ho un altro pregiudizio. Che tendenzialmente gli uomini, anche i poeti, siano sempre troppo figli per scrivere l’essere madre.

 

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