La parola è madre

Oggi niente post su giochi e attività da fare.
Oggi nessuna “citazione” di mia figlia.
Oggi scrivo per segnalare uno scritto di Benedetto Vertecchi, uno dei massimi pedagogisti italiani, che recupera il pensiero pedagogico di Quintiliano per far riflettere sulla centralità della parola nell’educazione.  Uno scritto che mi ha fatto ripensare alle ragioni che mi spingono a tenere questo diario di mamma.

Marco Fabio Quintiliano era un oratore e maestro di retorica, vissuto a Roma nel I secolo dopo Cristo. Recupero da Wikipedia la sintesi del suo pensiero pedagogio elaborato nell’Istitutio Oratoria A me è stato necessario farlo, con tutti i limiti di Wikipedia, per i limiti della mia educazione classica.

Il processo educativo è un processo sistematico, che non va per “assaggi”,[..] È un metodo graduale e continuo: andare avanti per gradualità, dal più semplice al più complesso, dal generale alla definizione. Poi è continuo perché non è un processo che ha un inizio e una fine, non inizia dai 3 anni fino alla maggiore età, ma bensì non dovrebbe avere un termine, è un processo che dura tutta la vita.

In questo lavoro interagiscono, oltre che l’educatore, l’alunno stesso, la scuola (che è una sorta di piccola società), la famiglia. Quintiliano riconosce nella figura materna un ruolo fondamentale nella formazione del bambino: la madre, nei primi anni di vita del figlio, deve impegnarsi il più possibile a parlar bene, in modo corretto, per far sì che non si creino lacune a livello linguistico già in tenera età. È concezione rivoluzionaria per certi punti di vista, in quanto la figura della donna era poco considerata, per quanto concerne questi compiti.

È definita una pedagogia perfettiva: Quintiliano pensa e crede che ogni bambino possa diventare come Alessandro il Macedone, cioè la perfezione. [..]

È una pedagogia della parola: vero che afferma che il bambino possa diventare tutto ciò che desideri, qualsiasi tipo di persona, però l’obbiettivo finale della pedagogia proposta da Quintiliano è quella di formare il perfetto oratore.

Scrive Vertecchi:

Quintiliano si affretta ad aggiungere che non solo apprendere è conforme alla natura dell’uomo, ma lo è anche accrescere le conoscenze attraverso la ricerca *credo di aver resocorrettamente il senso di nobis propria est mentis agitatio atque sollertia”

Per Quintiliano, i genitori devono avere fiducia nelle possibilità di apprendere dei figli e non credere che la cultura sia appannaggio di pochi, se non per le condizioni di accesso che spesso vengono dettate dallo status socio-culturale di origine e dalle caratteristiche del sistema educativo di una società.

La prima condizione è costituita dalla qualità delle interazioni tramite le quali avviene l’apprendimento del linguaggio.  Occorre che tutti coloro che sono in contatto con i bambini, fin dai primi anni di vita, siano in grado di esprimersi correttamente  [..]sia le nutrici  *ovvero , mutatis mutandis, persone cheabbiano con i bambini relazioni di tipo professionale sia i  genitori [..]. Quintiliano sa bene che molti genitori non dispongono del livello di cultura che sarebbe necessario per esprimersi con proprietà, ma osserva che di tale limite si deve almeno essere consapevoli, al fine di evitare che siano percepiti come positivi esempi che non lo sono.

I bambini oggi, ci ricorda Vertecchi, sono spesso sottratti alla conversazione con gli adulti e con i pari. Molti di loro figli unici di genitori che sono costretti o che scelgono (ma si tratterà di vera scelta?) ritmi di vita serrati, che lasciano poco tempo alla parola utentica. Dunque i bambini sono bambini  in ascolto passivo di comunicazioni unidirezionali, scrive Vertecchi. Il pensiero va ai genitori stessi, ma anche alla televisione, medium di cui non si parla più, che non si studia quasi più, ormai adombrato dal dibattito sulle cose digitali e sulle discutibili tesi di metamorfosi cognitiva dei bambini e dei giovani. Ma la televisione è ancora molto presente nella vita dei piccoli:

Sono 6,2 milioni i bambini italiani tra i 4 ed i 14 anni, il 98% di loro tra il primo gennaio ed il 5 maggio di questo 2013 ha trascorso davanti ad un televisore acceso tre ore e ventiquattro minuti al giorno (Dati Istat del 2013 citata da Francesco Siliato sul Sole24ore)

A dir la verità, per alcuni della mia generazione, cresciuta tra gli anni ’70 e ’80, la televisione è stata veicolo di emancipazione, linguistica e non solo. Ho ricevuto molte lezioni di parola tramite gli adattamenti dei copioni delle sit-com americane: la loro qualità linguistica era già scadente, densa di calchi improvvisati e abusata di prestiti, ma ha contribuito comunque ad ampliare il bagaglio del “lessico famigliare”. Lessico famigliare povero (o dei poveri) come può esserlo quello di chi si è fermato ad un’istruzione elementare o tecnica, alla quale oggi alcuni vorrebbero ricondurre i più. Lessico famigliare ritroso, frustrato, a tratti violento: in casa non si usavano solo poche parole, ma le si usavano con l’animo impoverito di chi ha scarse risorse umanistiche.

Detto questo, io ricordo ancora molto bene anche i danni procurati dall’esposizione prolungata, ben oltre le tre ore e mezza rilevate dall’ISTAT. Mi ricordo l’afasia stagionale, procurata dall’isolamento estivo davanti alla tv, la fatica nella conversazione, le difficoltà nella parola pubblica che anche nell’età adulta mi ha procurato tante sfide e un grande senso di inadeguatezza.
E ancora, mi ricordo che le ore di televisione avevano un effetto “disarticolante” di cui finiva per soffrire anche la scrittura, e un incremento di “ecolalie” e frasi stereotipate usate spesso per parlare senza parlare veramente.  Prigioni di linguaggio che non appartengono ad una fase della vita: ne riconosco le tracce indelebili ogni giorno. Ancora oggi mi percepisco come il prodotto di una regressione linguistica che forse non è solo un fatto biografico, ma un fatto storico su cui si potrebbero richiamare studi e studiosi: Neil Postman, per esempio, che Cosimo di Bari riscopre attuale in un interessante articolo del 2015.

Nel suo scritto, Vertecchi analizza l’intreccio tra “questione linguistica” ed educazione formale, evidenziando come l’impoverimento del linguaggio porti ad un regresso di conoscenze anche nell’ambito dello STEM, acronimo oggi di moda per indicare l’educazione tecnica e scientifica in cui l’Italia è richiamata frequentemente  a migliorarsi.

Questo discorso riguarda la scuola, di cui altrove tento occuparmi, ma non impegna solo la scuola. Scrive infatti Vertecchi:

Proprio sulla base di Quintiliano dovremmo giungere alla conclusione che riformare l’educazione formale comporta interventi che sono in primo luogo esterni ad essa. Ci si deve occupare degli adulti non solo per far apprendere loro nuove tecniche utili per il lavoro, ma per accrescere il patrimonio di simboli di cui dispongono, occorre impostare scelte culturali capaci di contrastare le sciatterie, le imprecisioni, le sgrammaticature che imperversano nella comunicazione sociale, deve essere modificato il rapporto fra esperienze formali e informali.

Sottoscrivo il pensiero aggiungendo che sarebbe opportuno anche occuparsi delle madri (e dei padri). Educandoli?
La parola mi fa un po’ paura, perché ormai inquinata e permeabile  a valenze antieducative: vedo già troppi corsi e manabili sulla genitorialità come tecnica ed è l’ultima cosa che mi auguro. Forse sarebbe più educativo rimotivare alla comunicazione autentica con i figli, magari riproponendo proprio  quel ruolo di nutrici e tutrici di parola che Quintiliano aveva “scoperto” con tutta la modernità di un pensiero antico su cui oggi convergono numerose evidenze scientifiche (anche per accontentare quelli là che ne hanno nevroticamente bisogno).

Qui, in luogo di scrittura personale, non ho la pretesa, né la responsabilità, di affermazioni generali e generalizzabili.  Mi soffermo a solo a testimoniare che la mia attenzione alla lingua di mia figlia, ragione primaria di questo diario online, origina dall’incuria linguistica che ho vissuto da bambina, e dalla convinzione che  essa non fosse né un male familiare né circoscritto a quel tempo, a quel decennio.

Scopro tardivamente, grazie alla lettura accidentale dell’articolo di Vertecchi, il pensiero di Quintiliano. Meglio tardi che mai.
Ho il dovere di leggerlo, ora, soprattutto perché mi era già chiaro da prima che la parola è madre, e che la madre ha la responsabilità di curare lo sviluppo linguistico dei figli, alla stregua di quello fisico: una responsabilità affettiva, emotiva, educativa, civile, anche politica. Perché forse è anche attraverso le madri, e l’attenzione delle madri alle parole dei figli, che ci si protegge da quella induzione di afasia che serpeggia un po’ dovunque.

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