Salmastro: una lezione appresa sul gioco infantile

da euphoric girl su Pinterest

Per alcuni (genitori e bambini) non è facile adattarsi alla routine vacanziera. Le giornate sono impegnative: alzata all’alba per trovare posto in spiaggia, ingegnerizzazione del borsa mare, colazionamento e preparazione, slalom tra le avversità naturali (mareggiata, presenza di alghe, sassi imprevisti nell’acqua) e antropiche (rilevazione densità del residuo di maleducazione balneare dei frequentatori della spiaggia scelta, attuazione di tattiche per il diritto umano all’ombra).
E poi ancora, design e sviluppo della stazione di sosta sotto l’ombrellone, spacchettamento della borsa mare, identificazione e  attuazione delle strategie antisabbia, gestione e controllo della protezione solare, logistica e animazione delle attività ludiche acquifere su bagnasciuga, pianificazione della tempistica per il bagno, controllo grinzosità del polpastrello, controllo e rimozione delle intrusioni di sabbia, erogazione di liquidi, controllo dell’erogazione di liquidi (siamo in fase di spannolinamento, nda), gestione delle operazioni di asciugamento, repackaging della borsa mare in condizioni di precarietà di equilibro, vestizione e logistica delle operazioni di rientro a casa in condizioni climatiche avverse (il sole delle 11, minima percepita 38 gradi). Fin qui, solo la prima parte della mattina. Il resto, compreso tra le docce per la rimozione del residuo marino, l’induzione fallimentare del riposino e la gestione delle attività di gioco fino all’ora di cena, lo lascio nella borsa degli omissis.

Brighton Beach: illustrazione di mark oliver, pin di Greg Willis

Diciamolo. Chi ha inventato le vacanze al mare, specie quelle agostane, trasformandole in rituale di massa, è un genio del marketing. Poche situazioni mi ricordano l’inferno e le sue bolge come una spiaggia bruciata dal sole estivo e piena di umanità sudata e appiccicosa di crema. E, diciamo anche questo, forse non ne vanno pazzi nemmeno i bambini che vivono stretti in spazi affollati e in ritmi serrati, si innervosiscono e  percepiscono la condizione di stress dei genitori, e, quando va bene, riescono a  ritagliarsi una collezione di quarti d’ora per il divertimento e il gioco, sulla spiaggia e fuori dalla spiaggia.

Mai più, viene voglia di dire.  Anche perché in tutto questo tran tran ad essere a rischio sono il gioco, dei bambini e degli adulti insieme, che dovrebbe approfittare del tempo a disposizione (teoricamente, virtualmente, maggiore rispetto al resto dell’anno), e il riposo che, al pari della salsedine e dell’odor di salmastro, fanno da tonico per la salute e per il buonumore.
Invece me è capitato di lasciar scorrazzare lo stress e la noia, di piccoli e grandi, e la prima parte della vacanza si è trasformata in una polveriera di tensioni e frustrazioni, di capricci e crisi (mie) che ad un certo punto sono diventate difficili da tenera a bada.

Forse, spero, a riposarsi e a giocare si impara. Intanto, a consuntivo delle ferie, annoto qualche riflessione sulle lezioni apprese e sulle attività che, aldilà dell’accattivante estetica di Pinterest e dei siti di mamme blogger, possono conciliare gioco e riposo.

Lasciami giocare

Illustrazione da Maureen Renee su Pinterest

Noi, tutti, avevamo grandi aspettative sul tempo a disposizione. Nina ci ha letteralmente bombardato di richieste, quasi ossessive, di partecipazione ai suoi giochi.
Gioca con me, gioca con me…
La stanchezza di un anno molto duro e la nuova routine mi hanno resa poco capace di rispondere alle richieste. O meglio, di rispondere correttamente. Ho contrapposto ai suoi inviti un’idea adulta del gioco infantile: io le proponevo giochi e attività strutturate mentre lei ricercava la mia partecipazione ai suoi giochi liberi e spontanei.

Cos’é esattamente il “gioco libero”? Fondamentalmente, il gioco libero descrive un momento di gioco di uno o più bambini non strutturato, di immaginazione. Quindi il gioco in sé, viene organizzato direttamente dai bambini che partecipano, e mai dagli adulti. Uno sport, ad esempio, non può essere considerato gioco libero se c’è un allenatore adulto che programma lo svolgimento dello stesso. Ma giocare a pallone, nel cortile dietro casa con gli amici, invece, è considerato “gioco libero”. (da Naturalmente Mamma)

Il gioco libero può essere solitario o di gruppo ed è tutto fuorché un’attività improduttiva: sviluppa le capacità motorie, intellettuali, affettive ed espressive, è un contesto per sperimentare la risoluzione di conflitti e negoziare strategie di cooperazione. In teoria, ne conosco bene i vantaggi e predico e spero che Nina abbia ampi spazi per praticarlo. In pratica, non avevo molta voglia di giocare. Così quando mi ci sono trovata “tirata dentro”, non ho saputo rispondere alla richiesta perché ormai, giocatrice svogliata, ho necessità di un struttura di gioco, di un contesto definito, di obiettivi e finalità, di procedure che mi consentano di inserire il pilota automatico, forse di marcare un distacco. Un distacco che, andando oltre le questioni personali, esiste anche in teoria (Les jeux et les hommes, 1958 di Roger Caillois):

Il gioco é nella paidia quando é ancora “potenza primaria d’improvvisazione e spensieratezza”, quando é ancora esigenza incontrollata di distrazione e fantasia (il chiasso dei bambini in un cortile). Non ci sono nomi per designare queste attivitá perché restano al di qua “di ogni stabilitá” e di ogni “connotazione distintiva”. Quando questa esigenza generica, ma potente, di giocare comincia ad organizzarsi – a porsi cioé degli obiettivi e delle regole – ecco che interviene il ludus. Si puó dire che il ludus appare come il “complemento” della paidia, che esso disciplina e arricchisce. La paidia é tumulto ed esuberanza, il ludus crea le occasioni e le strutture attraverso le quali il desiderio primitivo di giocare puó essere appagato. Secondo Caillois, all’interno di ciascuna categoria di gioco, é facilmente rintracciabile un passaggio costante dalla paidia al ludus (Mariani A., Teorie del gioco oggi, 2009 ).

A cosa giochiamo?”, le chiedevo io.
A mamme, principesse, fattoria“, rispondeva lei. Così preparavo e mi preparavo a giocare, ad esempio fornendo elementi realistici sul contesto o sui personaggi. Poi il gioco iniziava e scoprivo che le principesse andavano all’asilo o che la fattoria diventava, senza preavviso, un parco giochi per animaletti o ancora un palcoscenico per la rappresentazione di una storia nota (Winnie the Pooh o Frozen, in questo periodo).

Spesso il mio “progetto di gioco” era incompatibile con l’esigenza di Nina di un’attività talvolta frammentata, ma con una sua coerenza interna ed un riferimento molto forte alle esperienze di vita quotidiana della mia bambina.  Nel tentativo di sostenerla io le proponevo, per esempio, di giocare a al ristorante o a fare le postine, e Nina puntualmente rifiutava per reiterare all’infinito schemi per lei più significativi (“Io sono la tua mamma, tu fai la bambina piccola e vai all’asilo. Poi io ti vengo a prendere“).  Stanchezza ed incomprensione hanno trasformato questi momenti di gioco, che avrebbero dovuto approfittare di tempi (virtualmente) distesi delle ferie, in situazioni di frustrazione e conflitto, fatica.

Tu non vuoi giocare con me, babbo non vuole giocare con me, io con chi gioco?” si lamentava Nina, malgrado la nostra presenza constante nel suo terreno di gioco.

Poi siamo stati un pomeriggio ai giardini e ho potuto osservarla con alcune bambine (da 1 a 5 anni circa) incontrate sul momento. Ho visto in faccia il gioco libero e spontaneo “naturale”, fatto di niente, di gesti imitati o parole inventate che creano un contesto: le bambine sono andate su un dondolo a quattro, una di loro ha girato un manubrio, la seconda ha detto andiamo al mare, Nina ha ribattuto “questo è un aereo”, la quarta “allacciamo le cinture”. Il gioco è proseguito per mezz’ora o più, sempre con lo stesso schema, senza fatica: io ne avrei fatta molta per arrivare a quelle “regole”.

E allora ho capito: io non so giocare a quel tipo di gioco, almeno non ora e non nella condizione psicologica in cui sono.  Altri adulti (parenti prossimi, amici) sembrano essere più capaci e devo ammettere che è stato frustrante, se non doloroso, vederla divertirsi, ridere a crepapelle e preferire altri giochi e altri giocatori in grado di lasciarsi andare al gioco spontaneo e ricchi di repertori e schemi che, per storia personale, io non ho avuto oppure ho preferito, dovuto, dimenticare.

Per il resto della vacanza, ho smesso di inseguire il gioco di qualità a casa e ricercato contesti per il gioco tra pari: a casa di amici, sulla spiaggia, ai giochi (pochi), nelle piazze. Ma fuori faceva molto caldo e Nina ama molto il gioco spontaneo solitario. Allora, come nota personale, mi sono appuntata alcune regole di sostegno del gioco spontaneo tratte da un articolo datato (1985), ma a mio parere ancora attuale: Incoraggiare il gioco  infantile  di Brenda Krause Eheart e Robin Lynn Leavitt (in traduzione).

Il sostegno al gioco spontaneo

Il compito fondamentale dell’adulto nel facilitare il gioco dei bambini è
quello di parteciparvi sostenendolo. Un adulto che si assume questo ruolo di
sostegno risponde agli spunti ludici di un bambino ampliando il gioco ma
consentendo al bambino di mantenerne la guida.

Per fornire questo sostegno, la prima cosa da fare è osservare il gioco, per capire le preferenze, gli schemi di comportamento, per prendere il ritmo delle variazioni e eventualmente intervenire ad offrire un nuovo stimolo. Io, per esempio, ho capito che Nina predilige i giochi simbolici ed i giochi di ruolo, ma che spesso ha bisogno di avviare la simulazione con un’altra persona che magari offre del materiale o per la quale prevede un intervento preciso.

Vedi, la mia bambina (un pupazzo, nda) non si vuole lavare i capelli, sta facendo la monella. Tu sei la nonna, vieni a divertirla mentre fa il bagnetto. Se non vieni mi arrabbio, devi giocare così.

Soddisfatte richieste di questo tipo, è capitato spesso che Nina proseguisse a giocare in autonomia e si accontentasse della mia presenza nella stanza o di qualche sporadico intervento. Ho avuto l’impressione che, in quelle circostanze, il gioco si stesse sviluppando come un gioco sereno, sano, privo di tensioni ed ansie da performance.

Secondo gli autori dell’articolo, una delle regole auree del sostegno al gioco infantile è garantirne l’autonomia, evitando soprattutto di mettersi a giocare al posto del bambino. L’adulto può intervenire ad ampliare il gioco: ad esempio per aggiungere idee o nuovi materiali, descrivere cosa sta facendo il  bambino, arricchire linguisticamente il gioco di ruolo. Tutti questi interventi sono da realizzare nel rispetto della spontaneità: se il gioco langue, allora può aver senso offrire un qualcosa di nuovo (Tieni, ti ho portato l’accappatoio/ Ecco il phon per asciugare i capelli alla bambola/ Uh, mi sa che la bambina dopo il bagnetto è stanca, la mettiamo a dormire?).

Il rispetto del gioco si manifesta anche con una partecipazione silenziosa, ma attenta. Secondo Eheart e Leavitt, gli adulti dovrebbero evitare di interrompere, a meno che non sia necessario, dimostrare interesse verbalizzando i comportamenti del bambino (ai piccoli piace sentire parlare di loro) evitare di parlare con altri adulti (e magari anche di chattare o usare il cellulare).

Se tutte queste a qualcuno sembrano delle ovvietà, buon per lui e per il suo talento naturale nel gioco. Nel mio caso ho avuto bisogno di leggerle nero su bianco, per migliorare il comportamento ed evitare conflitti: fa parte della mia educazione alla maternità.
In ogni caso, secondo Eheart e Leavitt il sostegno al gioco spontaneo è tutto fuorché spontaneo: per evitare atteggiamenti di sufficienza o ridurre l’intervento alla proposta di un passatempo che tenga i bambini occupati mentre noi facciamo altro, occorre progettare l’intervento e la propria presenza, ad esempio  preparando i materiali (giocattoli, suppellettili, tessuti, colori) in modo che il bambino possa accedervi in autonomia e con libertà di manipolazione, farne strumenti per l’esperienza di apprendimento indipendente. Per giocare in autonomia i bambini hanno poi necessità di ambienti di gioco sicuri: senza oggetti pericolosi, che richiedano la continua sorveglianza degli adulti in tutte le fasi di gioco. E questo, quando si è in vacanza, e soprattutto in condizione di ferie industriali, intrappolati in alloggi spesso pensati a misura di villeggiante adulto, non è sempre facile.

E ancora, il progetto di gioco è una struttura debole. Può consistere in una proposta di attività come infilare le perle, giocare con le costruzioni, preparare lo spuntino per la merenda, ballare con una serie di musiche, dipingere, giocare con l’acqua. Non è però necessariamente una lezione. Si tratta di un’attività di intrattenimento, che può avere come effetto degli apprendimenti, ma che non ha e non genera aspettative. Dunque, sottolineano gli autori, lasciamoli sbagliare e risolvere problemi e conflitti, senza essere intrusivi e diventare intrattenitori, animatori trasformando il gioco spontaneo in uno spettacolo (che pur piace molto ai bambini, ma è un’altra attività).

I bambini, infine, scelgono a che gioco giocare: non devono partecipare se non vogliono. Poco importa se il nostro progetto di gioco viene sovvertito perché la nostra proposta di giocare con le costruzioni è diventata un tè per le bambole. Ed è loro diritto non essere messi a confronto con altri bambini (vedi lei come fa?). Questa è una regola che vale sempre, ma a maggior ragione nel gioco spontaneo che è piacere e divertimento.

 

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