Chiedo asilo: necessità, virtù e l’origine dell’esclusione

Domenica a km zero. Passeggiata entro le mura urbane genitori-figli-passeggini, pic nic musicale sull’erba, bambini che disegnano sui pavimenti delle piazze con i gessi, spettacolo hip hop. Tutto organizzato dal Comune e dall’associazionismo della città in cui vivo. C’è di che esser contenta, mi son detta.

Al parco Nina fa amicizia con P., treenne timidino, e mentre i piccoli fingono di andare montagna con la macchina-giocattolo, io e la mamma facciamo due chiacchiere.
Parliamo di scuole dell’infanzia. Mi spiega che è una madre single, non ha un lavoro fisso, per vicende familiari vive con i genitori ottantenni, ma è stata costretta iscrivere il figlio ad una scuola privata perché, in quanto “non occupata”, non è rientrata nelle graduatorie.

Illustrazione di Mandana Sadat via http://theartroomplant.blogspot.de/

Infanzia. Scuola. Graduatorie.
Comincia così, con una selezione per accedere al primo livello del sistema di istruzione (pubblica), la storia di una serie di negazioni del diritto che interessano tutti, o quasi. Una buona parte di quelli che, nella vita, non riescono a comprarselo, il diritto: allo studio, al lavoro, alla salute.

La mamma di P. mi fa notare che i criteri sono ingiusti, anzi illogici: come faccio a trovare un lavoro, se da mamma single non posso affidare mio figlio a qualcuno neppure per quattro cinque ore al giorno. Quando lavoro? Già.
Ma sicuramente la Graduatoria ha una risposta pronta: hai dei genitori ottantenni. Forse sono malati, forse rischiano di perdere i sensi mentre la pentola del pranzo è sul fuoco, magari non hanno la preparazione atletica per agguantare un bambino che si sporge dalla ringhiera di un terrazzo.
La Graduatoria alza le spalle: “Vuoi lavorare? Mi sa che devi correre il rischio.”  Quasi insinuando che, nella sua burocratica perfezione, la Graduatoria aveva pensato alla migliore soluzione possibile: mamma  a casa, papà con stipendio da colletto bianco e nonni a supporto del menage familiare. Se le cose non sono andate così, fa capire la Graduatoria, non è mica colpa mia. Signora mia. Succede.

Per fortuna  i vecchi hanno qualche risorsa e P.  sembra un bambino sereno, molto amato dalla sua mamma. Tiene testa alla parlantina di Nina e le “insegna” diverse cose dall’alto dei suoi tre anni.

Però.

La scuola dell’infanzia e il nido non sono solo dei posti dove stare mentre mamma e papà lavorano. La scuola dei piccoli è una scuola per davvero, dove si impara, si comincia a scoprire la cultura, il mondo, il rapporto con i pari e con gli adulti. E’ un contesto educativo nel quale un bambino, spesso chiuso nei circoli familiari ristretti ed in tempi dettati dalle necessità  degli adulti, moltiplica le esperienze di vita, impara cos’è e impara ad essere. E dove spesso si decide il successo scolastico degli anni futuri.
Perfino il Ministero questo lo sa. Ma la Graduatoria fa finta di niente: i posti non ci sono, lei cosa può farci.

Nell’urgenza dei problemi quotidiani, la mamma di Pier Maria non ci aveva pensato. Ma adesso che ne parliamo insieme sì. Ci pensa. Alla doppia ingiustizia subita.

Si fa un gran parlare di apprendimento lungo tutto l’arco della vita (lifelong learning) perché fa comodo a tutti pensare una società in cui si perde il lavoro, si fa un corsettino, magari online, e oplà, tutti i problemi si risolvono. Ma se si pensa alla vita come esperienza educativa, e questo è prima che gli economisti della pedagogia le trovassero un nome, non si può accettare che questa inizi dopo la scuola dell’obbligo.  Quello che accade prima, forse, non ha l’utilità immediata di riqualificare la forza-lavoro, ma le esperienze educative della prima infanzia  sono un tesoro di cui la collettività dovrebbe prendersi cura e che, invece, entità astratte come la Graduatoria rischiano di rubricare come problema di ingegneria sociale.

Le intemperie del disagio

Secondo alcune il rapporto Eurydice del 2009, Educazione e cura della  prima infanzia in Europa:  ridurre le disuguaglianze  sociali e culturali,  i fenomeni di immobilità sociale ed economica “nascono bambini”, anche nelle società cosiddette avanzate, dove però l’isolamento delle famiglie (e desuetamente, forse, l’alienazione) nell’educazione dei piccoli è il principale fertilizzante delle diseguaglianze sociali. Lo studio ha messo a confronto i sistemi di istruzione pre-primaria (nido e scuola dell’infanzia) in trenta paesi diversi, elaborando una rassegna della letteratura che mette in evidenza gli indicatori di disagio e i fattori di rischio che possono segnare, fin dalla prima infanzia, un destino di esclusione sociale, insuccesso scolastico, scarsa possibilità di autodeterminarsi nell’età adulta.

La povertà, la mancanza di soldi, è ovviamente il primo fattore di svantaggio. All’epoca dello studio, il 20% delle famiglie in Italia risultavano sotto la soglia ed era già una percentuale allarmante. La crisi ha acuito il problema ed oggi gli studi di onlus come Save The Children ci dicono che si trova in condizioni di indigenza un bambino su tre. Uno su tre.

Ma non è solo la mancanza di mezzi materiali a pregiudicare il futuro dei bambini italiani. A fare del nostro uno dei paesi con il più alto tasso di abbandono scolastico in Europa,  contribuisce la povertà di strumenti culturali,  l’analfabetismo funzionale di cui  soffrono molti adulti, almeno secondo l’indagine PIAAC – OCSE 2014. Detto altrimenti, forse tutti sanno “decodificare” un testo alfabetico, forse non nessuno (o quasi) firma con la croce, ma quando si tratta di comprendere un libretto di istruzioni o un bugiardino, per non dire un testo letterario, un saggio o il piano dell’offerta formativa di una scuola, siamo messi molto male.

Poi ci sono le cause dello svantaggio che io chiamerei rumori sordi.

I sistemi di credenze dei genitori sull’educazione, i loro universi valoriali. I molti insegnanti con cui parlo per lavoro lamentano una grande assenza, un generalizzato disinteresse di madri e padri riguardo all’esperienza scolastica dei figli. Alcuni, già troppi, la ritengono un dovere poco utile, un luogo che non funziona bene né come “parcheggio” né come “palestra” per trovare lavoro.

E ancora c’è il lavoro, o un’idea del lavoro, generatrice di stress  talvolta  ingovernabile. Capita così che i genitori siano talmente stritolati dai tempi scanditi e dalla precarietà da trovarsi nell’impossibilità di pensare ad un altro valore dell’esperienza educativa, quello della formazione umana dell’uomo (direbbe Franco Cambi), che, pensandoci bene, contribuisce  alla capacità di leggere il mondo, anche quello del lavoro. Questo stress, di cui potrei dire bene avendolo vissuto in prima persona, è una delle cause poco indagate del disagio dei bambini, ma allo stesso tempo uno dei “mostri” da esorcizzare nelle fiabe, poiché produce silenzio, disattenzione, noncuranza verso i loro bisogni di crescita: una carezza, un libro letto, una conversazione che non li esclude, l’attenzione alla parola, il gioco, il tempo da perdere per stare solo vicini alla mamma e al papà.

Ai fattori di rischio aggiungo una nota tutta personale, che non ha valore statistico ma “impressionistico”. Credo che ciascuno di noi si percepisca meno a rischio di quanto non lo sia veramente. Molti, se non tutti, si lamentano delle loro relative povertà, anche i privilegiati dalla sicurezza di un lavoro fisso e quelli che una volta si chiamavano piccolo borghesi. In realtà le famiglie tengono, il risparmio protegge e alla fine persino qualche bisogno secondario è soddisfatto: uno smart phone, un’auto, qualche sfizio. Per averli e sentirci non-poveri siamo disposti a considerare bene rinunciabile la soddisfazione di un bisogno primario come l’educazione. E così, sempre ai giardini,  ad una mamma che mi chiede come faccio a pagare il nido e l’affitto tutti i mesi rispondo, per esempio, che io una macchina non ce l’ho, viaggio in treno e in autobus. Mi guarda stupida.  Come fai a vivere senza macchina? Mi dice avviandosi al parcheggio con la sua bambina che, dice lei, purtroppo sta sempre sola. E forse pensa che io sono povera, anche se a prima vista potevo non sembrarlo.

Il fattore di rischio più rischioso potrebbe essere proprio questo: l’atteggiamento che ci porta considerarci meglio di quello che siamo e relegare il problema a chi sta peggio (immigrati, situazioni di povertà estrema).

Un nido per il futuro

Ma tutta questa scolarizzazione precoce serve proprio? D’attualità proprio in questi giorni il richiamo ad un’infanzia infantile, disegnata nel mito dello spontaneismo, in risposta alla proposta del Ministro Giannini di anticipare di un anno l’ingresso alla scuola primaria che, per parte sua, sembra configurarsi come un “anticipismo” funzionalista che sbandiera a testa alta l’allineamento con “i sistemi europei” (falso, in alcuni paesi si sta addirittura un anno in più all’asilo e sono gli stessi che vengono citati per le scuole da imitare come la Finlandia )  e la possibilità di entrare prima nel mercato del lavoro (dove c’è posto, sì, ma solo per 17 enni da dedicare  a mansioni poco qualificate e pagate).

In rete, qualcuno evidenzia che, se è proprio necessario risparmiare un anno (ma sarebbe necessario capire chi risparmia e cosa), non ci si può limitare a spostare “pezzi”, ma occorre lavorare sulla programmazione curricolare ponendosi il problema dello sviluppo cognitivo e socio affettivo dei bambini. Detto in parole povere, tra cinque e sei anni c’è una grande differenza.

Carla Ida Salviati, direttrice della rivista  Scuola dell’Infanzia di Giunti, scrive:

nella BUONA scuola dell’infanzia non si passa il tempo a giocare (come moltissime scrivono): nella buona scuola ‎dell’infanzia si lavora tanto, con i ritmi giusti, con spirito ludico continuo e diffuso, con ascolto e cure che dovrebbero contagiare tutta la scuola, dai 6 ai 18 anni.

Non è così nella scuola primaria e oltre, dove ovvero in funzione delle Indicazioni Nazionali per il curriculum emanate dal Ministero, si passa da un apprendimento per “campi di esperienze” ad una didattica per discipline con un grado già ben definito di specializzazione, in barba ai diffusi inviti alla interconsuperfratradisciplinearietà.

Aggiunge Maurizia Butturini, insegnante e pedagogista,

Vediamo crescere a scuola, soprattutto durante l’ultimo anno, le competenze trasversali, indispensabili per affrontare gli apprendimenti successivi, la lettura, la scrittura, ma anche la fatica e l’impegno richiesto alla scuola primaria: mantenere l’attenzione e la motivazione, concentrarsi, portare a termine compiti, conoscere a utilizzare strategie adeguate, cooperare e collaborare per un fine…
[..]

il vero problema è: siamo in grado di accogliere i bambini di cinque anni alla scuola primaria, rivedendo necessariamente tutto il curricolo, nell’approccio, nei tempi, nei metodi? Perché solo così potremmo garantire ai bambini di farcela.

Il problema non è dunque  rendere un bambino e “addestrarlo” a leggere, scrivere e far di conto un anno prima. Cosa che, per altro, si fa già nella scuola dell’infanzia, come evidenzia proprio il rapporto Eurydice del 2009:  se, infatti, il nido e il primo anno di scuola dell’infanzia sono centrati sullo sviluppo socio-affettivo, da 4 a 6 anni gli insegnanti realizzano vera e propria programmazione curricolare in gran parte dei paesi presi in considerazione.

Negli ultimi due anni della scuola dell’infanzia si sviluppa la consapevolezza fonologica dei bambini, la conoscenza delle lettere, la strategia di calcolo, la conoscenza del vocabolario, la comprensione di testo.  Il problema è piuttosto accompagnare la maturità emotiva dei bambini, farli accedere ad una impostazione “formalizzata” dei saperi (ammesso che sia ancora ammissibile, ma per semplificazione supponiamo di sì) quando sono in grado di sostenere l’impegno intellettuale che questa formalizzazione richiede, auspicabilmente alla fine di un percorso che li abbia accompagnati per gradi.

Questo, soprattutto nei casi di svantaggio socioculturale, cui accennavo sopra. Sì, perché l’anticipo potrebbe danneggiare soprattutto gli esclusi dall’istruzione preprimaria, le vittime della Graduatoria rimaste a casa con adulti che non sempre sono in grado di svolgere una funzione preparatoria e che potrebbero trovarsi ancora più spiazzati. Basta pensare ad cosa può accadere ad un bambino di cinque anni che non ha avuto troppe occasioni di coltivare il lessico, maneggiare libri, “vedere” associazioni tra testo scritto e immagini  se posto addirittura con un anno di anticipo ad una scuola fatta (non sempre) di lezioni, compiti, attività strutturate, lavori in cooperazione. Un bambino che, per mille ragioni, non necessariamente legate alla povertà di mezzi economici, si trova in condizione di svantaggio rispetto ai fenomeni di alfabetizzazione emergente (emergent literacy), ossia quell’interesse e quella capacità di riconoscimento della scrittura che anticipa la capacità effettiva di leggere e scrivere. Un bambino che, magari, è abituato a giocare da solo e improvvisamente si trova a lavorare in gruppo.

Se dovessi immaginare una controproposta all’idea dell’anticipo, l’idea sarebbe questa, sostenuta da molti: allungare la durata dell’istruzione (obbligatoria? forse mi piace più necessaria), aumentando i servizi educativi di sostegno alla famiglia, favorendo una consapevolezza più diffusa che il nido e la scuola dell’infanzia non sono solo luoghi di cura della persona (che di per sé è un’esperienza educativa), ma “scuole” che possono costruire le basi dell’esperienza educativa autenticamente life long.

Illustrazione di Cecilia Rebora via ChildrenIllustrators.com

Se proprio dobbiamo allinearci con l’orizzonte europeo, facciamolo rendendo obbligatorio l’ultimo anno della scuola dell’infanzia con programmi compensativi proprio per chi rischia di incontrare l’insuccesso scolastico sin dai primi passi. Adottiamo sistemi integrati in cui i nidi, oltre alle scuole di infanzia, sono integrati nel sistema di istruzione. E usciamo dall’esterofilia da rotocalco almeno per quanto riguarda i modelli educativi per la prima infanzia, dato che siamo riusciti ad esportare pedagogie e modelli educativi: dalla Montessori, popolarissima negli Stati Uniti, all’esperienza di Reggio Children di Loris Malaguzzi, al modello toscano di Catarsi.

Se proprio dobbiamo andare a modificare la scuola dei piccoli, ricordiamoci che l’anticipo della scuola “scolastica”, centrata su un curricolo accademico, produce effetti positivi sul breve termine, mentre su lungo termine risulta più efficace un approccio (sociocostruttivista?) che costruisce fin dalla prima infanzia la motivazione a sapere e la capacità di autoregolazione nelle attività di apprendimento. In altre parole, un approccio che costruisce curiosità e che rende i bambini autonomi nei percorsi di conoscenza vince sull’erogazione precoce dei contenuti del sapere. Come? Ad esempio abbassando i tassi di ripetenza e gli abbandoni scolastici (Eurydice, 2009).

Se l’educazione della prima infanzia è una risorsa, anche per la prevenzione del disagio sociale e dell’emarginazione degli adulti, allora occorre che sia un’educazione di qualità, con educatori formati, attenti alla qualità della relazione con i piccoli  e dunque impiegati in numero sufficiente da limitare con la collegialità della didattica i rischi del burn out o dei comportamenti inappropriati troppo nei riflettori della cronaca. E ancora, se il nido e la scuola dell’infanzia devono essere l’inizio di una vita di partecipazione e inclusione occorre che si preoccupino dei bambini ma anche delle loro famiglie, della madri e dei padri che sono, necessariamente, gli “altri” educatori e che, soprattutto nei casi di isolamento o di svantaggio, hanno necessità di sostegno e inclusione.

Sitografia

OCSE Early childhood education and care

Anche l’OCSE dedica un settori di studi all’educazione 0-6 riconoscendone il valore nella costruzione del benessere e dell’inclusione sociale nell’infanzia. Il programma di ricerca  Starting Strong, in particolare, ha elaborato gli indicatori di qualità per nidi e scuola materna. Il terzo rapporto della ricerca è in uscita nel 2014.

Child on Europe

Rete di osservatori europei sulle politiche per l’infanzia nata nel 2003. Per l’Italia partecipa l’istituto degli Innocenti.

 

Organisation Mondiale pour l’Education Prescolaire – Sito UK

Organizzazione no Profit per la difesa e la promozione dei diritti dei bambini all’educazione e alla cura. Pubblica l’International Journal of Early Childhood 

 

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