Raccontamela tu una storia

“Gira gi, gira gi, giro tutto il mondo. (Ma se) tu mi metti il pigiamino mi fermo”
“Ora andiamo a dormire. Il mondo della notte è bello”
“Ti racconto un fatto dell’asilo. La maestra ha messo la musica. Io e Michelle abbiamo ballato. E saltato. E caduto. ”
“Emanuele mi ha spinto e io l’ho messo seduto e volevo giocare, ma tu sei stata monella, non hai mangiato le carote.”

A consuntivo della giornata, i bambini tra i due e i tre anni esercitano il linguaggio per “mettere in ordine” il vissuto quotidiano in forma di brevi narrazioni o “riflessioni”, monologhi (in inglese crib speech) che costruiscono la base della pratica del ricordo e della rielaborazione del vissuto.

Illustrazione tratta da My Owl Barn

Nel 1989, Katherine Nelson, psicologa dello sviluppo, ha studiato questi soliloqui  registrando e analizzando il chiacchiericcio da culla della piccola Emily, tra i 21 e 36 mesi (Narratives from the Crib, Harvard University Press, oggi ripubblicato con una prefazione scritta dalla stessa Emily).

Il chiacchiericcio da culla intenerisce ed addolcisce la giornata di chi ascolta, ma è soprattutto un importante pratica di comprensione della realtà, l’espressione di vere e proprie “visioni del mondo” che i bambini si costruiscono per capire. Attraverso la memoria. Attraverso il linguaggio.

Per provare a condividere il lavoro della Nelson attingo ad una lunga citazione dalla tesi sulla memoria autobiografica infantile di Andrea Micheletti.

L’interesse prevalente è dedicato alla progressiva costituzione  del linguaggio di Emily, e soprattutto al modo in cui la bambina parla degli eventi che l’hanno vista come partecipante attivo. La comunicazione ai genitori mediante il linguaggio  costituisce tanto un’esternazione del processo di strutturazione del ricordo, quanto una prima e fondamentale esperienza di  negoziazione dei significati.
[..]

Ben presto nella ricerca emergono due casi di discorso  particolarmente significativi, anche per la frequenza con cui si presentano: si tratta del “discorso di previsione” e del “discorso  di routine”.

Dato estremamente interessante è che più che sugli episodi  insoliti, ricordati in base a criteri di rilevanza tipicamente infantili e quasi incomprensibili per un adulto, Emily tendeva a  fissarsi in particolare su variazioni ai fatti che erano divenuti la sua routine quotidiana, argomento di un grande numero dei suoi  ricordi. Un evento che, dopo essere accaduto la prima volta, si ripetete  un’altra volta, poi un’altra ancora, finisce col trasformarsi, col  passare del tempo, in uno scenario generale di come quell’evento  si svolge. Si costituisce così lo script, una sorta di griglia già  strutturata nella quale ci sono posti più o meno precisi per le  possibili variazioni. E una volta costituito lo script, sono proprio queste variazioni ad imprimersi meglio nella memoria.

[..]

Contrariamente a quanto si sarebbe tentati di pensare, la memoria autobiografica, a partire dalla sua primitiva strutturazione, ha profonde radici in fenomeni di interazione con l’ambiente. Si tratta di una memoria sociale, profondamente influenzata da quegli scambi interindividuali che ci sono  consentiti dall’uso di un linguaggio evoluto.

L’impressione che emerge dall’analisi dei discorsi di Emily è  quella del tentativo di costituire non un sé isolato che vive semplicemente nel mondo dei suoi bisogni individuali, ma un sé con la profonda esigenza di un continuo rapporto di regolazione e di adattamento con le persone che costituiscono l’ambiente circostante.

Devo dire che, intuitivamente (per istinto materno?) ho sempre chiesto a Nina di raccontarmi le sue storie. Nonostante sia convinta sostenitrice delle routine di lettura, non sono mai riuscita a costruire il momento della storia della buonanotte. Si legge dunque durante la giornata, quando ci va. A volte non si legge.
Ma è abitudine, ormai, chiedere a Nina di raccontarci i fatti dell’asilo. Lo faccio fin da quando era piccolissima e il racconto era “digitale”: costruito dalle mie domande (c’era miriam all’asilo? e che avete fatto, avete disegnato?) e dalle sue sintetiche risposte (si/no).
Da sempre resto affascinata dai suoi racconti sul mondo e sulla sua esperienza. Come questo esempio quasi poetico (per il cuore di mamma), in cui la narrazione autobiografica si trasforma in una vera e propria piccola favola:

C’era una volta i gufi che saltavano, si rotolavano e andavano all’asilo, andavano all’asilo, andavano all’asilo. fine della storia. é una storia bella bellissima bellina.

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