Della carestia fittizia. Ovvero la psicologia inversa delle verdure.

Dopo una ventina di mesi di passiva rassegnazione, Nina ha smesso di mangiare le verdure e qualunque altra cosa esuli dalla sua idea platonica di cibo: secco, saporito e croccante.

Il niet arriva puntuale ad ogni tentativo di somministrare vegetali di cui sia riconoscibile non la forma, ma addirittura il colore. Qualche eccezione, recentemente, l’abbiamo fatta per il pomodoro, complice un olio pugliese “fatto in casa”. Quasi tutti gli altri vegetali sono assunti mediante mascheramento culinario: frittate, “pesti” di zucchine, di broccolo e di melanzana, ma soprattutto polpette (e un ringraziamento speciale, qui, va al blog Mammarum sempre foriero di ricette facili e gustose). Per le carote, invece, non c’è purgatorio: condannate a vagare per l’eternità in dosi omeopatiche nel magma di salse e soffrittini leggeri.

Guerre? Sì, abbiamo ingaggiato delle vere e proprie guerre contro la sua dipendenza da panatura, anche se il padre, anche lui fritto-addicted, è cedevole.  Ma l’ostinazione di una duenne è pari solo alla sua “deliziosità” nei momenti di tenerezza e bonaccia temperamentale. E ci siamo rassegnati a vivere di inganni e sotterfugi vegetali, consci che ogni nostra invenzione ha un appeal breve e che se una particella di zucchina viene  intercettata dalla papilla gustativa la pietanza è messa all’Indice.

Ma no, non abbiamo un problema alimentare. I disordini del comportamento alimentare in età pediatrica sono questioni serissime: obesità, anoressia mentale, bulimia. Alcuni problemi riguardano anche la prima e la seconda infanzia:

Nell’infanzia si osservano frequentemente difficoltà alimentari transitorie, che rappresentano l’espressione di una turba evolutiva temporanea, di lieve entità e che si risolve in tempi rapidi (Sameroff, Emde, 1989). Altre difficoltà comuni possono includere preferenze alimentari restrittive, come nei bambini denominati “spizzicatori” (picky eaters), o un ritardo nell’acquisizione dell’alimentazione autonoma. I problemi più seri, però, si manifestano quando ad un’inadeguata assunzione di cibo si accompagna una difficoltà di accrescimento (failure to thrive), o un arresto della crescita (growth stunting) (Drotar et al., 1990; Lindberg et al., 1996).Si stima che i problemi di crescita infantili presentino componenti sia organiche, sia non organiche, e che solo una percentuale di disturbi, variabile tra il 16% e il 30%, abbia origine da malattie organiche in grado di spiegare il rallentamento della crescita (Benoit, 2000; Chatoor, 1997). Tuttavia, la risoluzione di queste difficoltà diviene più problematica quando persistono nel tempo, associate ad ansia e preoccupazione nei genitori, che possono rispondere attuando comportamenti “errati e maladattivi”. (Progetto di ricerca – Disturbi alimentari della prima infanzia – Uninettuto)

No, non è il nostro caso: Nina cresce bene ma è un po’ picky  (o anche choosy, con buona pace della fornero, intenzionalmente minuscola).  Tuttavia il caso vuole  che la nostra pediatra di riferimento stia lavorando proprio in questi mesi ad un progetto formativo sul tema. Quando le abbiamo parlato dei capricci di Nina ci ha detto di lasciarla fare, senza porre troppa attenzione ai drammi allestiti all’ora di pranzo e di cena.  Ci consigliato di perseverare nel presentare il cibo rifiutato, le verdure, come parte integrante del pasto mettendole nel piatto insieme alle altre pietanze, senza sottolinearne eccessivamente la presenza. E ci ha raccomandato di non porre enfasi neppure sul pasto saltato per “partito preso”: secondo lei, il comportamento corretto è restare calmi e rassicurare il bambino che se non desidera mangiare va bene lo stesso, che potrà farlo più tardi, quando avrà fame.

“E’ chiamata carestia fittizia” ci ha spiegato.  Ne parla anche Lucio Piermarini sulla rivista Un Pediatra per amico  (Anno XIII n. 3/2013) dell’associazione UPPA:

I bambini non iniziano a mangiare in maniera caotica e capricciosa di punto in bianco. Il bambino apparentemente inappetente e schizzinoso è un punto di arrivo, dopo una serie di errori di valutazione che si sono succeduti per molti giorni, se non per molte settimane, a partire da un primo evento, occasionale e del tutto normale, di diminuzione dell’appetito. Le insistenze e l’offerta esagerata di alternative fanno sì che il bambino, inzeppato a forza, non senta più lo stimolo della fame. Per invertire questo processo e ristabilire la normalità bisogna innanzitutto informarsi e convincersi dei propri errori, poi, con altrettanta gradualità e calcolata naturalezza, riportare i bambini in condizione di chiedere spontaneamente di voler mangiare e trovarsi costretti, non dai genitori ma da un contesto uguale per tutti, ad accettare e apprezzare quel che c’è, ben sapendo che non sono possibili alternative

Se il bambino è sano e cresce bene,  dunque,  la strategia corretta sembra essere racchiusa nell’antico adagio o magni sta minestra…

Disturbi alimentari in età pediatrica

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