Educazione non violenta: visibile e invisibile

La violenza si manifesta in molteplici forme e tipologie, spesso sfuggenti ed elusive. Infatti, ad esempio, in ambito anglosassone l’abuso ai minori è stato de- finito elusive crime. Esistono violenze visibili e violenze invisibili in molti am- bienti: politici, economici, sociali, culturali, educativi. C’è una violenza eclatante, come quella che si manifesta negli stadi, nella guerra tra bande giovanili nelle periferie delle metropoli, nei crimini mafiosi, così come c’è una violenza più nascosta, che si esprime attraverso pratiche educative autoritarie, umilianti, sadiche, come il cinema ci ha spesso mostrato. Esiste, manifesta e latente, una violenza nella famiglia e una violenza nella scuola e nei servizi educativi.

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I media – siano essi i giornali, le televisioni o il web – ci sommergono continuamente con una quantità enorme di fatti violenti, in genere seguiti dal commento giornalistico di “stupore” per quanto avvenuto. La pedagogia ha, invece, il compito storico di non fermarsi sulla soglia delle informazioni diffuse e di inter- rogarle, appunto, criticamente, cercando di esplorare le ragioni del riprodursi del- la violenza tra le generazioni passate, sociali, familiari. Proprio perché chi ha subito da bambino ferite, abusi anche solo psicologici, umiliazioni, tenderà forse a riproporli, è urgente che la pedagogia del 2013 si impegni con studi, ricerche, raccolte di storie, convegni e seminari, laboratori esperienziali, gruppi di discussione, per disinnescare le conseguenze di pratiche educative sperimentate durante l’infanzia che possono, poi, generare conseguenze devastanti per la società tutta.

La citazione è tratta da  La pedagogia della non violenza, oggi: riflessioni e proposte di Michele Corsi – Maria Grazia Riva, introduzione al numero della rivista Pedagogia Oggi  dedicato alle violenze invisibili e all’educazione non violenta.

Illustrazione di MattDixon @ DeviantArt

La rivista è disponibile online gratuitamente online e la segnalo perché mi ha fornito alcuni spunti di riflessione sulla genitorialità come responsabilità affettiva nei confronti di mia figlia e come responsabilità sociale.  Perché se tutti, o quasi, sono pronti a condannare le violenze eclatanti, spesso non c’è accordo sul significato e sugli atti che definiamo violenti. Sì, siamo tutti contrari, ma poi, si sa, un ceffone ogni tanto scappa, e che male fa. Oppure un ricatto morale. O ancora un atto di indifferenza. Allora può essere utile una lettura specialistica, ma assolutamente godibile, che aiuta a rimettersi in discussione e a cambiare prospettiva.

Segnalo in particolare:

«Ti do io una buona lezione che ricorderai a lungo» Metodi educativi e violenza sull’infanzia nella storia dell’educazione fra Sette e Novecento di Francesca Borruso  Saggio sul potere potere correzionale paterno nei confronti dei figli fra Sette e Novecento, periodo storico ritenuto di snodo nella trasformazione delle relazioni affettive all’interno della famiglia verso forme maggiormente paritarie e intimistiche.  Partendo da fonti letterarie e scritture diaristiche, l’autrice ricostruisce una breve storia dello ius corrigendi e dei metodi educativi. Particolarmente toccante, in tema di violenze invisibili,  mi è parsa la citazione dai Viceré di Federico De Roberto, in riferimento alla pratica di allontanare i figli perché fossero educati, comune nelle famiglie dell’aristocrazia:

La bambina, nel congedarsi, piangeva dirottamente dal dolore di lasciar la sua casa, di entrare nel collegio di Firenze, tanto lontano, dove neppure la domenica, neppur dietro a una grata, come a San Placido, avrebbe potuto vedere la sua cara mamma. La comare però le diceva: «Non piangere così; non vedi che fai male a tua madre?…» e allora ella inghiottiva le sue lacrime, si ricomponeva. Il giorno della partenza, la principessa ebbe una convulsione di pianto, abbracciando fu- riosamente la figlia; e la stessa cugina aveva gli occhi rossi, ma faceva coraggio a tutti: «Teresina tornerà fra qualche anno; e poi ogni autunno l’andremo a trovare, è vero, Giacomo?… Verrò anch’io; sei contenta così?… Vedrai poi, quando torne- rai istruita ed educata come si conviene, quanto tutte t’invidieranno!… Vedrai an- che tu, Margherita, quanto sarai orgogliosa della mia figlioccia!…» La bambina al- lora chinò il capo, s’asciugò gli occhi, e disse alla sua mamma, seria e composta com’era sempre stata: «Non t’angustiare, mamma mia bella; ci scriveremo ogni giorno, ci rivedremo presto… Vedi che sono ragionevole?..» Un amore di figliuola, quella lì; vera razza dei Vicere!

Violenze visibili e invisibili. Prospettive pedagogiche di Ivo Lizzoli

Riflessioni sui fenomeni di violenza fredda che  si esprime nell’indifferenza, nella logica funzionale delle relazioni e delle organizzazioni, nell’atrofia del sentire, nella fascinazione del nulla.

Biografie e paesaggi interiori di bambini, adolescenti, giovani ed adulti, storie delle famiglie, tensioni e smarri- menti, forza “istitutiva” di gesti e scelte di quotidianità violente, o aride o ranco- rose sfidano intenzionalità e relazione educative, rompono il setting pedagogico, rendono estranei alle finalità delle proposte e dei luoghi dell’educazione

La sfida diviene pare quella di provare a tracciare sentieri e direzioni per il co- noscere, il decidere, il sentire la verità del tempo contrastando la costruzione dell’insignificanza – così Castoriadis9 definisce la paralisi dell’attribuzione dei significati e del valore di cose e scelte, (paralisi che è cognitiva e etica insieme) che può condurre a quella psicopatia che non fa più distinguere la gravità di un’azione, il valore di un gesto, d’una parola o la sua irrilevanza.10

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