Come faccio per farti felice?

Sono passate troppe settimane dall’ultima nota su questo diario. Ero preparata ad un momento difficile che sapevo sarebbe arrivato per me e per il papà di Nina. Questioni di lavoro, diciamo così, che implicano emozioni forti, come la paura di perdere non  uno, ma tutti e due gli stipendi, il dubbio di non aver fatto abbastanza e di aver sbagliato strada.

Mi ero ripromessa di non saltare l’appuntamento con il blog delle memorie da congelare, fresche di giornata o quasi. Ma non ce l’ho fatta. Diciamo solo che abbiamo sperimentato una grande solitudine e che ho, abbiamo, dovuto far appello a tutte le risorse per non perdere la testa. Il “momento” non è ancora finito, ma ho più tempo per tornare su queste pagine.

illustrazione di Milena Jahier milenajahier.com

Nina ora ha 26 mesi ed ha passato gli ultimi due a chiederci se eravamo felici.

“Sei felice, mamma?” “Sei felice, papà?”.

Di solito ce lo chiede dopo aver fatto un piccolo dispetto, una monelleria, per testare la nostra resistenza.  In queste settimane di grande tensione, però,  ci ha rivolto la domanda quando si è accorta che eravamo tristi, stanchi e scoraggiati, quando è capitato che alzassimo la voce o che che fossimo costretti a correre più del solito.

“Mamma, come faccio a farti più felice?”

Nina ce lo ha chiesto spesso, in questo periodo di grande stress.  Non so quanto padroneggiasse le parole, ma certamente comprendeva il nostro stato d’animo e ne risultava toccata al punto di mostrarsi disponibile a fare qualcosa per cambiare la situazione.

Quella disposizione, in realtà, è stata per la sua mamma più di un’azione. Sentirla pronunciare quella frase ha rappresentato un limite, un livello di guardia che mi ha, ci ha, messo in allarme.

Abbiamo provato a reagire minimizzando, cercando di mantenere il controllo, preservando piccoli rituali, come la preparazione di un calendario dell’avvento, l’allestimento dell’albero di Natale. Equilibrio precario, come la situazione che ha generato lo stress che abbiamo cercato di combattere. E se a volte non siamo riusciti a contenerci, abbiamo cercato di riparare parlando con Nina, magari senza la certezza di essere capiti, ma con l’intenzione di restare in contatto con lei, non escluderla, non farla sentire in più, nel bene e nel male.

Non so se abbiamo fatto bene. So che mi avrebbe fatto piacere, in quei momenti, ricevere un consiglio esperto su come gestire lo stress preservando il benessere di tutti. Anche solo per non pensare di aver fallito nel proteggere la mia bambina dalle “cose da grandi” che a volte si insinuano, invisibili e violente.

Passata la tempesta, mi sono ritrovata a cercare su Google qualche lettura su “bambini ed emozioni”. Mi ha sorpreso, ma forse neppure troppo, scoprire che i documenti in cima alla lista dei risultati riguardano soprattutto la gestione della rabbia e dell’aggressività dei piccoli. Triste, ma tant’è.   Spopolano  tate televisive e telematiche che dispensano  tecniche per addomesticare i bambini. Altrove, forse, ripenserò a questo fatto per ulteriori considerazioni sulla funzione “educativa” della rete riguardo alla genitorialità.

A me interessava scoprire qualcosa di più sui processi che portano un bambino ad interessarsi agli stati d’animo degli altri, a leggerne i comportamenti, a partecipare al vissuto emotivo fino allo sviluppo dell’empatia. E il quadro cambia se, come chiave di ricerca, si usano “emozioni prima infanzia” oppure “competenza emotiva dei bambini”.

Ho selezionato qualche fonte che mi sembra autorevole e utile per leggere a posteriori la situazione che ho vissuto. Intanto ho preso consapevolezza del fatto che le verbalizzazioni di Nina, le sue domande sui nostri stati d’animo, sono stati una grande risorsa per “richiamarci all’ordine”. I bambini formano risposte emotive sul piano cognitivo, sociale e fisiologico fin dall’infanzia, secondo alcuni studiosi passando progressivamente da uno stato di eccitazione indifferenziata nel neonato, fatta di sorrisi endogeni e pianto, fino alla consapevolezza, acquisita intorno ai due anni,  che le reazioni emotive sono governata da regole socialmente condivise (Sroufe, 1979). Se con la capacità di verbalizzare e comunicare le emozioni aumentano anche gli strumenti per comprendere i sentimenti di un bambino, anche i piccolissimi sono in grado di cogliere gli stati d’animo delle persone con le quali entrano in relazione: leggono le espressioni del volto, interpretano il tono della voce, decodificano i gesti, acquisiscono informazioni dal modo si sta vicini a loro. E non serve a molto reprimersi e fingere perché uno studio recente ci dice che già a diciotto mesi i bambini sono in grado di capire se mamma e papà stanno mentendo e di essere empatici con gli stati d’animo autentici  (Chiarella, S., e Poulin-Dubois, D., Cry Babies and Pollyannas: Infants Can Detect Unjustified Emotional Reactions, Infancy, 18(S1), E81–E96, 2013).  

Parlare ai bambini delle emozioni, sviluppare il bagaglio lessicale per nominarle, rappresentarle, interpretarle sembra essere un buon modo, una valida alternativa. Attraverso la verbalizzazione, infatti, il bambino diviene sempre più capace di analizzare le emozioni ed elaborare risposte. I piccoli infatti hanno una visione comportamentista delle emozioni: associano un evento ad una risposta e si aspettano che all’accadere di quell’evento risponda sempre la stessa reazione emotiva: ad esempio, quando mamma torna dal lavoro è triste,dunque andare al lavoro rende tristi. Per un bambino non è scontato pensare che la mamma può essere triste anche quando pensa al lavoro, senza esserci andata. Ma è proprio attraverso le parole e la comunicazione con i genitori che la teoria ingenua dei bimbi sul rapporto diretto tra causa ed emozione si modifica attraverso la riflessione sui comportamenti. Parlando di emozioni, cresce la capacità di astrazione e il bambino si forma una sua “teoria della mente” che lo porta a comprendere le risposte a situazioni complesse.

Riferimenti bibliografici e sitografia

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