Moto relativo e altri perché

Allora…  dice Nina quando si appresta a iniziare una nuova attività.  A volte la congiunzione testuale non congiunge altro che l’emissione perpetua di chiacchiere che in questi giorni di transito all’autunno ci stanno intrattenendo con iniezioni di stupore e tenerezza.

Quante cose hai imparato quest’estate… ha osservato papà ieri sera. No, poche ha riposto lei, lapidaria.
Dunque, ancora prima dei due anni i bambini padroneggiano la consapevolezza dell’apprendimento, ci riflettono su, si autovalutano? Mi piace pensarlo, anche se forse la risposta di Nina è più l’effetto di un contenuto appreso (poche è il contrario di molte) e di una disposizione a far da bastian contrario.

A cavallo tra i 22 e  23 mesi abbiamo vissuto una stagione  di grandi domande esistenziali:

Che cosa stai facendo mamma, cosa sta facendo papà… Che cosa sto facendo io?

Io doglio (voglio), doglio… cosa doglio mamma? (indicando dal contenitore dei giochi)

Che fai mamma?
Faccio i piatti.
E perché
?

Per ora registriamo una sola occorrenza, ma sì, è comparso anche l’avverbio più temuto dai genitori (il periodo dei perché).

Nina intanto prende le misure: grande/piccolo, vicino/lontano e altri opposti, tra cui tanto e un po’/un pochino associati alla richiesta della tetta.

Nina valuta la performance.

No mamma, hai sbagliato, è troppa (l’acqua nel bicchierino)
No mamma, questa non va bene, l’hai fatta male (con riferimento ad una “rosellina” di prosciutto cotto che ho provato a preparale arrotolando la fetta e tagliandola con le forbici)

Poi c’è l’indecisione cosmica tra l’essere e l’avere…
Io ho salisciato sulla sedia
La nonna ha diventata picciola picciola
Io sono togliuta il cappella a quella bimba

E le coniugazioni a modo suo
Io non ci riescio
Guarda, io ho pulisciato tutto

Alcune frasi sono formule, non espressioni grammaticali. Per esempio, ti racconto una storia rimane invariato (un po’ come c’era una volta): è usato per richiedere che la storia le sia raccontata e per annunciare che ce la racconterà lei.

Illustrazione da http://colleen-sheanon.blogspot.it/

Infine il moto.  Finché si tratta del moto a luogo, non ci sono problemi: andiamo a tasa (casa), alla bitioteta (biblioteca),  dove andiamo mamma? Il moto da luogo, invece, appare più complicato nella testa di Nina. Quando siamo  ce ne siamo andati da casa della nonna paterna, che vive a molti chilometri di distanza, per un po’ di tempo ci ha chiesto: dov’è andata la nonna?  Da allora Nina rappresenta linguisticamente il suo allontamento dalle cose che le sono care, che le piacciono o di cui semplicemente ricorda l’esistenza decidendo che lei è il punto fermo e che tutto il resto si muove per andare altrove. Così ci chiede  dov’è andata tottina? quando la dimentica a casa, dov’è andata la casa? quando siamo usciti e via di questo passo.

E io mi chiedo, invece, se questa interpretazione del fenomeno dell’allontanamento e del distacco sono frutto di una confusione o oppure se esprimono una dimensione affettiva visto che, nella sua breve vita, è stata per forza di cose abituata a confrontarsi con situazioni in cui la mamma e il papà si allontanano da lei (mamma va a laborare).

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