Io può

Tottina (aka Fabler Bjorn di Ikea ritratto sulla bacheca Pinterest dedicata)

Io doto (gioco) da sola. 

No, non è un film di Bertolucci sulla prima infanzia di un radical chic, ma la frase con cui spesso Nina ci fa sapere che, almeno in questo periodo, non ama dividere il suo tempo con i coetanei e che gli altri bambini le suscitano sentimenti controversi.

Al solo incrociarli per la strada, a’ guerriera  si produce in un NOOOOOOOOOOOOOOO! è MIOOOOOOOOOO! disperato che riporta alla memoria il William Wallace di Braveheart.
Gli oggetti del sentimento di possesso possono variare. Nella maggior parte dei casi si tratta dell’amata Tottina, celeberrimo peluche (oggetto di culto persino su Pinterest) che mia figlia, in piena decrescita felice, ha elevato ad orsacchiotto transizionale. Ma tutto si presta a scatenare battaglia: il passeggino, la mamma o un pezzo di schiacciata tenuta tra i denti con fare minaccioso. E la guerra la dichiara quasi sempre lei, a dispetto delle intenzioni pacifiche o della più totale noncuranza del nemico (gli altri bimbi).

La padronanza degli aggettivi e dei pronomi possessivi non è ancora perfetta. Il plurale di mio (mioooooooo) è ridondante di sillabe: miei è mieiei, ma so dire con certezza non se si tratti di un errore o di una “eco” rafforzativa. Suo/sua al momento sono resi con il complemento di specificazione (di lui/di lei) e si accompagnano quasi sempre alla negazione:  il passeggino non è di lui, di quello bimbo. L’intenzione e il significato di queste produzioni verbali sono però chiarissimi: affermare con potenza, con prepotenza, la propria identità e la propria volontà.
In questo scampolo finale dei 22 mesi, Nina non è alle prese solo con il dominium ex iure Quiritium a cui noi genitori tentiamo di contrapporre il concetto di cosa pubblica (altalena, panchine, giardino, giocattoli del nido sono di tutti). No, Nina detta regole e stabilisce diritti. Per esempio per sancire quello che gli altri possono fare o non fare. E capita di sentirla borbottare anche nel sonno: quello bimbo non può (stare sulla poltrona, salire sullo scivolo etc.), io può.
Nina impartisce ordini. Ieri sera, dopo aver rotto il ghiaccio con un bimbo di qualche mese più piccolo, gli intimava di non stare in braccio alla mamma perché voleva ballare e giocare con lui.
E quando non riesce a verbalizzare con competenza il dissenso, il disagio o l’impressione che la sua persona non sia al centro di tutto, allora urla. Accade quando pronuncio il nome Olivia, una bambina incontrata al giardino. Olivia è un po’ più grande di Nina, timida e tranquilla, che cerca disperatamente di fare amicizia. Nina è ritrosa e respingente. E io ho fatto l’errore (?) di lodare la bambina per incoraggiare mia figlia a legare. Diciamo che non l’ha presa benissimo. Ed esprime la gelosia con un urlo prolungato forse perché non riesce (temporanemente) ad articolare : “Madre, trovo alquanto fastidioso ed irritante il tuo indulgere in confronti tra me e questa bambina. Anzi lo trovo insopportabile.”

Forse è poco educativo, ma questa sua fase “belligerante” mi diverte invece di irritarmi. Soprattutto perché spesso Nina marca il territorio e poi si scioglie, cerca un contatto, una relazione. E, a suo modo, si affeziona ai bambini: ai compagni dell’asilo, che spesso nomina, ma anche agli altri nemici/amici che la incrociano. E’ una “ruvida” dal cuore tenero e credo di sapere da chi ha preso.
E poi è tutto nella norma. I quasiduenni sono spesso preda di un delirio di onnipotenza fisiologico e transitorio. Da Mammaimperfetta:

Questa tappa comincia in genere dopo il primo anno di età, e si divide in due momenti: il primo in cui il bambino dà per scontato che tutto ciò che vuole gli appartiene, il secondo in cui invece sente la necessità di affermare il suo “possesso”.

Qual è la differenza?

Nel primo caso, una tappa cognitiva non ancora raggiunta fa sì che il bambino viva il senso di onnipotenza che non gli consente di distinguere tra sé e non-sé. Nel secondo caso, compreso che esiste un altro-da-sé, il bambino comincia a rivendicare il proprio bisogno di onnipotenza (indispensabile per la costruzione di un senso di fiducia in se stesso).

Ho scritto “bisogno”: perché in questo periodo l’onnipotenza non è un problema, se non per gli adulti che interpretano il suo comportamento come protagonismo (in senso negativo) e aggressivitàOvviamente, non è niente di tutto questo: la crescita fisica, linguistica, intellettiva, fanno sì che il bambino esprima questa cosa che prima era solo percepita, al pari di quando si sentiva un tutt’uno con il seno della mamma.

Comprendere che non tutto ciò che lo circonda è un’estensione di sé è un processo lungo e graduale, ed il bambino deve raggiungere una certa maturità per sentire che ci sono cose e persone che non gli appartengono. In questo suo bisogno necessita dell’aiuto degli adulti. Un bisogno (come può essere quello di dire “è mio”), del resto, compare solo nel momento in cui è più necessario, ovvero quando nell’Ambiente c’è la possibilità che si formi la risposta che diventa una possibilità di crescita.[..]

 

Non c’è un lavoro particolare da fare, dunque, se non quello della spiegazione (“non tutto quello con cui giochi è tuo, ma è anche degli altri bambini”),  che è poi quel che facciamo costantemente, continuamente, quotidianamente con i nostri figli: gli spieghiamo e insegnamo il mondo, la vita. Un atteggiamento fermo, paziente e non ostile (che ci trovi pronti ad aspettarci di non essere subito ascoltati senza restarne delusi), sarà il modo più semplice di mostrare al bambino il senso della condivisione e il piacere della collaborazione, sempre tenendo presente che questi sonotraguardi che si raggiungono pienamente dopo i 4 anni.

 

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