Guarda come imparo, mamma!

Anche no

All’approssimarsi dei due anni di età, la Nina sta dimostrando un caratterino piuttosto ben definito: testarda, possessiva, polemica e competitiva. Al momento è davvero difficile, almeno per noi genitori, insegnarle per, diciamo così, istruzione diretta. Guai a tentare di spiegarle qualcosa, come ha provato a fare il povero papà qualche pomeriggio fa, quando si è avventurato in una lezione di “equitazione” sui cavallini a dondolo (detti anche dondolò). Pur di non aderire al modello prescritto (aggrapparsi alle maniglie e non alla testa del cavallino), la Nina ha ingaggiato una battaglia “dialettica”:

P: metti le manine qui (maniglie)
N: no tui (qui, sulla testa)!
P: qui
N: no, tui!!!

E quando all’ennesimo tui il padre ha cessato di ribattere ha concluso soddisfatta: Ho vinto io! (sic)

Non è la prima volta che capita un episodio del genere. E’ successo che Nina ingaggiasse una polemica anche sull’evidenza, pur di contraddire mamma e papà (Questa è una mela, No non è. Il tavolo è verde. No no è vedde, no è).  Non so dire se questo atteggiamento è rivolto al contesto familiare o se anche al nido Nina si comporta nello stesso modo. Probabilmente cerca di affermare la sua volontà e per farlo deve sottrarsi alla dipendenza dai genitori, anche sul piano cognitivo. L’affermazione di sé attraverso  la contraddizione di mamma e papà.  Un comportamento tipico del periodo dei no (i terrible twos), tra i due e i tre anni.

Guarda come imparo, mamma

“Al netto” dei no di crescita,  se osservo la mia bambina mentre impara scopro che ha già sviluppato un repertorio di strategie piuttosto vasto. Le piace esplorare situazioni e oggetti.  A volte  risolve i problemi per prove ed errori e si forma le sue teorie sul mondo. Alcune cose le impara già sui libri, dalle illustrazioni e non solo. Per lei ogni parola scrittura è una didascalia. Da questa credenza ha sviluppato una sua “teoria” della scrittura: se su una pagina c’è  l’immagine di un elefante la sequenza di caratteri che la accompagna necessariamente dirà elefante (insieme forse ad altre “cose”, recentemente).
Non ama, dicevo, assistere a “lezioni” ed in questo mi assomiglia molto. Ha poca simpatia per i maestri, è refrattaria agli “addestramenti”, però dimostra già tanta ostinazione nel raggiungere un obiettivo. Le piace osservare le persone e imitare i comportamenti. Credo abbia già un buon livello di consapevolezza fonologica e questo le consente di ascoltare e ripetere le parole degli adulti con competenza.  E utilizza spesso le parole per rielaborare le esperienze e gli apprendimento. Gli aggettivi, in questa fase, sono gli strumenti prediletti per le metacognizione: gli opposti come caldo e freddo, pittolo e grande, i superlativi come bavissima, legantissima (elegantissima)  e giornissimo, i diminutivi  e i vezzeggiativi come nerino, pulitino e zampotte. La conoscenza del mondo, i giudizi passano attraverso il gioco sulle alterazioni delle parole. Anche questo è un tratto caratteristico del modo in cui Nina apprende.
Severissima con se stessa, valuta e giudica le sue performance e le sue competenze. Per esempio, si rende conto che nel disegno la manualità non assiste le sue intenzioni. A volte si scoraggia e rinuncia (mamma disegna tu, mamma è brava, papà è bravo). Questa mia bambina testarda e volitiva  però non ha problemi a chiedere aiuto (“Non ci riescio“, “Mi aiuti, mamma?“).

Molto altro sfugge alla mia capacità di osservare ed annotare. Ma mi colpisce la complessità dei processi e del carattere, il vissuto e le prospettive che una bambina così piccola esprime nel suo modo di apprendere e comprendere. E coinvolgendomi anche sul piano affettivo, questa complessità consolida certe mie diffidenze verso le mode educative che mi passano quotidianamente sotto il naso, dato che mi occupo di formazione e di scuola.

A ciascuno il suo?

Breviario di didattichese

Attingendo al lessico della didattica e della pedagogia, qualcuno potrebbe dire che la mia bambina ha già maturato un suo stile di apprendimento.

“Gli stili di apprendimento sono caratteristici comportamenti cognitivi, affettivi e fisiologici che funzionano come indicatori relativamente stabili di come i discenti percepiscono l’ambiente di apprendimento, interagiscono con esso e vi reagiscono.” (Keefe 1979).” (Mariani L., 2008)

L’esistenza di peculiarità individuali nell’apprendimento è stata postulata intorno agli anni’70 e nel corso dei decenni sono state elaborate diversi modelli descrittivi e tipizzazioni degli stili.

Il più antico è forse il modello dello psicologo David Kolb, nato per descrivere le fasi dell’apprendimento per esperienza nelle organizzazioni e nella formazione professionale. Secondo Kolb l’apprendimento per esperienza si distribuisce in quattro fasi: dall’esperienza concreta (1), il soggetto che apprende dovrebbe essere guidato a sviluppare un’osservazione riflessiva(2) che contribuisce all’elaborazione di un modello concettuale (3) da applicare successivamente in un contesto sperimentale (4). In questo processo Kolb riteneva potessero emergere quattro comportamenti tipici:

  1. Convergente: il soggetto acquisisce la concettualizzazione e riesce ad applicarla utilizzando il ragionamento deduttivo per risolvere i problemi
  2. Divergente: chi apprende preferisce dedicarsi all’osservazione riflessiva e spesso riesce ad offrire punti di vista alternativi
  3. Assimilatorio: il discente è particolarmente attivo nella fase di concettualizzazione del modello ed è incline ad elaborare la modellizzazione attraverso ragionamento induttivo
  4. Accomodatorio: il soggetto apprende per prove ed errori sia nella fase iniziale dell’esperienza concreta che in quella di sperimentazione attiva.

Dal modello di Kolb derivano alcuni adattamenti e rielaborazioni delle tipizzazioni, tutte centrate sull’apprendimento per esperienza. Una delle più interessanti è forse quella realizzata da Honey e Mumford che hanno descritto quattro profili tipici dei discenti e un questionario diagnostico tra i più utilizzati nella cultura educativa anglosassone:

  • Attivista 
    Rappresenta la fase del “fare” dell’apprendimento: preferisce acquisire nuove conoscenze trovando sempre nuovi campi in cui sperimentare. Il suo modo per far evolvere il proprio sapere è procedere per prova ed errore. All’attivista piace lavorare in gruppo nel problem solving e nel role-playing.
  • Riflessivo
    Il riflessivo preferisce acquisire nuove conoscenze partendo da esperienze concrete piuttosto che da modelli e teorie astratte, e per migliorare e far evolvere le proprie conoscenze utilizza la riflessione sulle esperienze. Apprende meglio quando viene messo in condizione di osservare esperienze concrete e di sviluppare su queste argomenti. Ama stare in seconda fila rispetto agli eventi, non intervenire per primo in una discussione, poiché ha bisogno di tempo per assimilare le cose prima di prendere proprie iniziative e assumere decisioni.
  • Teorico
    Il teorico è un ragionatore introverso, preferisce acquisire nuove conoscenze partendo da teorie piuttosto che da esperienze concrete e utilizza la riflessione su concetti, teorie e modelli per migliorare e far evolvere le proprie conoscenze. Apprendono meglio quando hanno la possibilità di esplorare le associazioni e le interrelazioni tra idee, eventi e situazioni, quando le cose da apprendere sono parte di un sistema, un modello o una teoria. Amano analizzare situazioni complesse e trovarsi ad operare in situazioni strutturate con obiettivi chiari.
  • Pragmatico
    Il pragmatico preferisce acquisire nuove conoscenze a partire da concetti ben formulati , ma il suo modo per migliorare e far evolvere le proprie conoscenze è l’utilizzo della sperimentazione attiva. Apprendono meglio quando c’è un chiaro legame tra l’oggetto dello studio e un problema o una situazione pratica in cui applicarlo. Ama assistere alla presentazione di tecniche che siano applicabili e presentino chiari vantaggi per migliorare il proprio lavoro. Si trovano a proprio agio se hanno la possibilità di sperimentare e utilizzare tecniche potendo contare sulla guida e sul feedback di persone che valutano capaci ed esperte

Il più famoso e discusso modello descrittivo degli stili cognitivi è però il modello VAK  (o VARK) che identifica gli stili di apprendimento sulla base della dominante sensoriale utilizzata dal discente. Secondo questa classificazione, esistono tre stili

Stile Visivo: Gli apprendenti che preferiscono lo stile visivo in generale ricordano meglio ciò che possono vedere. Sono comunque suddivisi in due ulteriori categorie: visivo-linguistico e visivo-spaziale. Chi preferisce lo stile visivo-linguistico impara attraverso il linguaggio scritto, cioè con attività di lettura o scrittura. Chi preferisce lo stile visivo-spaziale, invece, impara attraverso grafici, tabelle disegni e videoproiezioni.

Stile Auditivo: Gli studenti con prevalenza dello stile auditivo hanno bisogno di ascoltare ciò che devono imparare. Amano la lettura ad alta voce e a volte ripetono a voce alta o parlano tra sé e sé mentre studiano. Possono avere difficoltà con i compiti scritti mentre lavorano molto bene nelle situazioni di dialogo con altri studenti. Amano registrare e riascoltare le lezioni.

Stile Cinestetico: Chi è orientato verso lo stile cinestetico ha bisogno di toccare oggetti e di essere in movimento. Questi studenti non riescono a concentrarsi se sono costretti a stare immobili per lungo tempo, amano prendere appunti ed essere coinvolti in varie attività durante le lezioni. Hanno spesso necessità di pause frequenti.

Stili, mode e classici

Gli stili di apprendimento hanno un certo seguito tra gli insegnanti e più in generale tra chi si occupa di formazione. Io non amo molto l’uso che ne viene predicato (e spero molto poco praticato) che riduce le tipizzazioni a beneficio di ricettine facili (vedi infografica), assai sedotte dall’idea che un discente, adulto o bambino, possa essere ridotto ad un scimmietta a cui dare la giusta banana (cinetica, auditivo, cinestetico).

Non mi dilungo qui sulla complessità della persona, adulta o bambina, che dovrebbe essere centrale in tutte le scienze dell’educazione. Se proprio volete sapere come la penso, anche in merito alla complessità dell’identità nella prima e nella seconda infanzia, leggetevi questo articolo del pedagogista Franco Frabboni sulla cancellazione fisica e simbolica dell’infanzia, sulle resistenze della pedagogia popolare e sulle utopie educative. In sintesi, credo che la scuola e la formazione non dovrebbero mai perdere la funzione dell’alfabetizzazione come strumento per consentire agli individui di realizzare il proprio progetto di vita.  La cosa diciamo curiosa è che da un lato chi si occupa di scuola è sollecitato a ripensare l’alfabetizzazione classica (lettura e scrittura di testi alfabetici, sostanzialmente libri) come un concetto dinamico, aperto alle sollecitazioni che provengono dai cosiddetti nuovi linguaggi della televisione, della rete (alfabetizzazione mediale) e da culture globali, e dall’altro si afferma che una tecnica per l’apprendimento “efficiente” (di cosa, se non di una cultura?) basata sull’erogazione di stimoli selettivi (visivi per il discente visivo, motori per il cinetico e via dicendo). Come se, in completa ignoranza semiotica e linguistica, ciò che è detto con una tabella o con un video fosse perfettamente interscambiabile con il paragrafo di un libro che descrive o narra.

Forse il mio diario di mamma non è il luogo per avviare pamphlet pedagogici, ma un po’ per deformazione professionale e un po’ per vocazione, non posso fare a meno di sottolineare che anche quando teorie e tecniche sbrigaticce e riduttiviste vengono messe in discussione, lo si fa sulla base della dimostrazione di mancata efficienza e non a partire dalle premesse che stanno a monte.  E così accade anche per i learning styles (vedi Learning styles: Facts or fiction): in una rassegna della letteratura scientifica pubblicata nel 2008 (Psychological Science in the Public Interest Volume 9 Number 3  December 2008): non ci sono abbastanza studi sperimentali per giustificare che si impara meglio se ci vengono somministrati materiali congruenti allo stile di apprendimento che ci viene diagnosticato. Al contrario, impara meglio chi si immerge in un ecosistema di rappresentazioni verbali, visive e di esperienze, controllate o spontanee da interpretare e rielaborare con il complesso punto di vista sul mondo che anche i più piccoli sanno esprimere.

Trovare sul Web voci critiche e affidabili (validata dalla comunità accademica) su una credenza diffusa con pretese di (pseudo)scientificità non è stato facile nemmeno per me che sono del “settore”.   E allora accenno un’altra riflessione che ritorno a bomba sulla scienza e l’arte della “mammità” che si propaga in rete, attraverso il passaparola dei blog, dei forum, delle testate divulgative non dissimili dai rotocalchi cartacei zeppi di sedicenti esperti. Quante credenze incontriamo ogni giorno e quante sappiamo verificare? Quante smentite o prospettive critiche sono sommerse dalle pagine web che creano rumore informativo attraverso il copia incolla, il retweet e la citazione? Quanti consigli e indicazioni ho già accolto come validi e veri per la mancanza del tempo di verifica?

Di palo in frasca

Dai terrible twos, all’alfabetizzazione informativa, passando per altri mille rivoli che richiederebbero pagine di approfondimento.  Lo so. Ma sto scrivendo su un blog personale, a ruota libera, e mi prendo la libertà di andare per accenni su temi a me cari. Intanto condivido il mio metodo. In generale tendo a fidarmi, o meglio, ad interessarmi soprattutto dei racconti delle altre mamme, dell’autobiografia, delle narrazioni.  Una storia piccola, individuale, simile alla mia, vale di più e vale come condivisione di sentimenti, pratiche e nozioni. In questi testi c’è l’arte e l’artigianato della mammità che ritengo più valida. In alternativa, cerco sempre una risposta su libri e riviste scientifiche. E cerco sempre anche la “voce contro”.  Ma non mi fido lo stesso. Poi cerco un parere esperto sulle cose di cui non sono esperta. In questo caso forse non mi serviva. In altri casi, faccio tesoro di quello che ha detto Noam Chomsky in una intervista: se di un argomento non ne sai niente, la rete non ti servirà a molto

 

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