Bomba o non bomba

Papà: “Nina com’è il mare?”

Nina: “Butto. Non mi piace. Non ci piace. A io. A me”

Papà: “Perché? E’ freddo?”

Nina: “Ti”

Papà: “E’ salato?”

Nina: “Ti”

Pausa

Nina: “La bomba (ndr: il tuffo, opportunamente sorretta da papà). Non ci piace. Non è divertente”

Risate. Le nostre. E le sue dopo le nostre.

Anche perché in realtà la bomba la fa morire dal ridere. E anche dirmi “Nuuuoota” per poi sbellicarsi e concludere che “mamma è buufa” quando “nuuoota” .

Seaside, da Blog.advocate-art.com

Mare ad agosto. Ce l’abbiamo fatta. Era un’impresa titanica e dal grande valore simbolico.

Le estati della mia infanzia sono state contenitori di grande solitudine. Non andavo in vacanza. I soldi c’erano. Ma c’erano, a quanto pare, altre priorità. E allora io rimanevo davanti alla tv, per gran parte del tempo. Verso la fine la mia preoccupazione era inventare qualcosa da raccontare agli altri.

Sembrava tutto normale. Invece non lo era. Le priorità erano feroci ingiustizie.  Io ero a disagio e d’estate lo manifestavo di più. Con una depressione precocissima fatta di pianti, fogli strappati in mille pezzi per passare ore interminabili. E il terrore di vedere avvicinarsi gli undici, i dodici, i tredici anni. La fine di quell’infanzia talmente invisibile da aver bisogno di molti anni ancora per essere recuperata.

Mi sarebbe bastato poco per sentirmi meno sola. Una gita fuori porta. Un campo estivo. Qualche giorno in mezza montagna con la zia “ricca”. Questi erano miei “capricci”. Invece mi si organizzava intorno soprattutto tanto silenzio. E ricordo che certe estati finivano per lasciarmi quasi afasica. Al rientro a scuola era faticoso recuperare la voce, la capacità di dialogare.

Era un pezzo del puzzle di pietre che oggi mi si chiede di minimizzare. Ma come  si suol dire: “Un giorno, quando sarai madre, capirai!”. Niente di più vero. Ho capito, non vi preoccupate.  Ho capito che non si dà mai così poca importanza al proprio bambino.

Quando l’anno scorso abbiamo “scontato” gli effetti finanziari della maternità e siamo rimasti a casa ho avuto paura. Di essere tornata a quel punto, a quelle estati, portandoci anche la mia bambina.  Nina era piccolissima, non aveva il problema di rendicontare il divertimento e certamente era al centro delle nostre attenzioni, ma non volevo riaprire quel ciclo doloroso. Così mi sono impegnata. Ci siamo impegnati.

La vita da spiaggia certo non fa per noi. I bagnanti, la folla, il caldo, stare in costume.
Prima di essere genitori di Nina, io e mio marito eravamo una coppia di anziani misantropi che considerava la Scozia ventosa e piovosa il luogo ideale di villeggiatura. Ma ci siamo messi alla prova per offrire a Nina questa esperienza agostana tra castelli di sabbia, formine, tuffi e nuotate. Abbiamo visto il paese in festa, scorrazzato per il lungomare, mangiato per la prima volta le melanzane alla parmigiana. Abbiamo litigato per un secchiello rosso e poi passeggiato per mano a quello bimbo (il figlio treenneemmezzo di un’amica di papà) che aveva “osato” appropriarsene. Abbiamo battagliato con le spiagge devastate dall’incuria di qualche cafone, visto la luna a forma di spicchio di limone. Siamo stati al ristorante e abbiamo scoperto che Nina sa cosa sono i soldi… Frugandosi con la mano nella tasca dei pantaloni ci ha spiegato che “i soldi (gli spiccioli) si prendono al lavoro e si danno alla spesa”.

Bomba a parte, credo che Nina si sia goduta la vacanza. La presenza di mamma e papà. Una routine diversa.
Siamo stati molto fortunati. Ci siamo potuti permettere dodici giorni tutti per noi.  Purtroppo non sappiamo se il futuro sarà ancora così generoso con noi.  Ma tra tanti giochi d’azzardo che siamo costretti a fare, nostro malgrado, prendo l’impegno per una certezza da regalare alla mia bambina: le vacanze saranno sacre, fossero anche per tre giorni e nel giardino di casa, saranno sempre un tempo dedicato a costruire un ricordo speciale, mai un vuoto da riempire, mentre tutti gli altri sono altrove.

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