Presto che è tardi

Torno al blog dopo diverse settimane di pausa “forzata” e piacevole: dovevo dedicarmi ad altre scritture che richiedevano tutta le mia attenzione e non riuscivo a tenere aperte troppe pagine bianche.

Nel frattempo è trascorso il 21esimo mese di vita di Nina e ricostruire a posteriori anche soltanto le tappe principali della sua “crescita linguistica” è un’impresa ardua.  Ma come dice lei quando si cimenta in imprese “difficili” come salire e scendere uno scalino, ci provo.

Il linguaggio di Nina si è arricchito proprio in queste settimane di parole e frasi che esprimono gusti, giudizi, sentimenti, atteggiamenti.  Se qualcosa non ci piace (plurale maiestatis) non esita a farcelo sapere. E ci comunica prontamente che è abiata (arrabbiata) con noi per qualche motivo o anche solo per esercitarsi ad aggrottare le sopracciglia.  Esprime valutazioni: sulle sue capacità e sulle situazioni che affronta. A volte reclama la sua indipendenza al grido di “Da sola!”
In altri casi chiede aiuto dopo aver sentenziato: non ci riescio.

La “chiacchierosità” è un tratto distintivo del carattere di Nina. Il primo “ciao” detto è stato l’esordio di un mormorio con poche soste che a volte invade anche il sonno notturno e pomeridiano. Ma nelle ultime settimane ho osservato un’evoluzione significativa dall’enunciazione dello stato corrente, fatta di verbi al presente indicativo o al gerundio, linguaggio referenziale, qui e ora. Ho notato nei discorsi di Nina un’idea ancora confusa del tempo che passa, una sorta di altro altro ieri e domani per lo più indefinito, ma chiaramente distinto nel tempo presente. E sono comparsi proprio in queste settimane espressioni che mi sembrano contenere alcune “protoidee” sul tempo che scorre:

  • Racconti di fatti accaduti nel passato
     [la zanzara] Fatto la puntua a la  gamba. Gambina, più.
  • Sequenze di eventi, connettivi temporali
    [la maestra] Ha detto prima mangia la frutta, poi ti dò il dolce.
  • Rimandi ad un futuro prossimo generico
    Ciao a domani/ a dopo

Da qualche giorno Nina fa programmi per il futuro. Quest’anno siamo riusciti ad organizzare le vacanze al mare. Confesso di aver alimentato l’attesa nei giorni scorsi, ma senza troppi dettagli. Eppure al mio Presto andremo al mare Nina ha risposto [che quando saremo là lei ha intenzione di] scicciare tutta la mamma ciffeciaff. Questo era il suo programma.  Adesso che siamo qui e abbiamo adottato da un paio di giorni una diversa routine, Nina ha trovato ispirazione per cimentarsi con i tempi verbali. Ieri sera, ad esempio, se n’è uscita con un al mare andai domani con il quale ha tenuto a mostrarci anche le sue “teorie” sulla morfologia dei verbi.

Bambini e “linguaggio del tempo”

Fin qui le mie impressioni da mamma osservatrice. Ho cercato di capire se queste impressioni hanno qualche fondamento, anche perché, per lavoro, ho vagliato molte attività didattiche sui concetti di tempo che sono somministrate in prima e in seconda elementare. E mi sono chiesta: che cosa c’è in mezzo tra l’intuizione che esiste un generico ora e un altrettanto generico dopo e la capacità di leggere il calendario, capire la differenza tra un evento che dura mezz’ora e uno che dura tre mesi?

La capacità di orientarsi nel tempo è detta abilità temporale e comprende i concetti di successione (prima, dopo), ma anche quelli correlati alla simultaneità, alla durata e agli intervalli tra avvenimenti. Secondo le “linee temporali” che fissano i traguardi dello sviluppo linguistico nel bambino cosiddetto “normale”, l’acquisizione degli avverbi e, più in generale, del lessico che riguarda il tempo avviene tipicamente intorno ai tre/quattro anni (link). Non amo molto questi metodi di “misura della prestazione”, perché mi sembrano il risultato di osservazioni che non tengono conto dell’idioletto dei bambini che spesso è comprensibile alla madre o al nucleo familiare ristretto: un fenomeno linguistico a tutti gli effetti, anche se poco conformista. Ma sono molto diffuse e utilizzate, non solo nei siti che si occupano di divulgazione, e spesso si basano sulla letteratura scientifica “classica”, anche se non sempre sono aggiornate.
Secondo le cronologie dello sviluppo cognitivo e linguistico standard, la conquista della misura del tempo avviene all’ingresso nella scuola primaria: prima dei sei anni, l’elenco dei giorni della settimana è poco più di una filastrocca ed è difficile che un bimbo sappia distinguere la differenza tra “due ore” e “quattro ore”. Altrettanto difficile è l’acquisizione della capacità di riconoscere e strutturare sequenze: fino alla scuola dell’infanzia i bambini riescono a parlare di quello che è successo o succederà, ma non sanno utilizzare le unità di tempo o mettere “in fila” eventi concatenati.

Secondo Piaget la capacità di pensare e dire il tempo è ancora più tardiva: è acquisita agli 11/12 anni, in coincidenza con il passaggio dal pensiero concreto al pensiero ipotetico-deduttivo.

Studi più recenti  ( Children think and talk about time and space.1 Richard M. Weist, State University of New York at Fredonia (in press) In P. Łobacz, P. Nowak, & W. Zabrocki (Eds.), collocano  la capacità di pensare e dire il tempo passato e futuro intorno ai due anni: l’età di Nina, per l’appunto.  A rilevare questa capacità è stata Melissa Bowerman, partendo proprio dall’osservazione del comportamento linguistico della figlia Christy.

 

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One thought on “Presto che è tardi

  1. A. agosto 7, 2013 / 11:28 pm

    Articolo molto interessante. Brava!

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