Voglio essere una madre che abbraccia…

Allatto da 20 mesi e, “naturalmente”, mi sento dare della fanatica. 
In questi giorni alle solite pressioni, diciamo “culturali”, si è aggiunto lo stato di inquietudine della mia bambina, dovuto ad un malessere fisico. Per consolarsi o, forse, solo per affrontare una “crisi” di crescita, mi chiede il seno letteralmente ogni quarto d’ora.

La situazione è stressante. 
Ho pensato seriamente di smettere. Ho comunicato anche a lei questa volontà. Le ho chiesto di aspettare, ho cercato di distanziare le poppate, l’ho sgridata, le ho detto di no.
I pianti e le bizze sono diventati sempre più esasperati. Le sue lacrime e i capricci sono stati fonte di litigio e tensione con mio marito che si sente frustrato: vorrebbe stare con la bambina, giocare con lei per darmi mezz’ora di tregua, distrarla. Ma lei non ci sta e cerca la mamma quando si accorge che non sono “in vista”.

Questi giorni sono stati duri. Sì, smettiamo, ci siamo detti. O forse non ce lo siamo detti. L’abbiamo solo pensato. 
Poi abbiamo letto in rete qualche “consiglio” per interrompere l’allattamento: disgustarla (strofinando aglio o peperoncino sui sei), ingannarla (cerotti o nastro adesivo) e abbandonarla alla sua angoscia (farla piangere).
La ferocia di queste azioni ci ha frenato. Vorrei che mia figlia riconoscesse la violenza come un male, per respingerla, difendersi, combatterla. Questo perché, purtroppo, incontrerà la violenza in molte forme.
Credo che tutto ciò non sarebbe possibile se io oggi scegliessi oggi di tradire la chiarezza di un legame che ci impegna a costruire amore, comprensione e protezione con un comportamento che sta agli antipodi di questi valori.  Tutto ciò, solo per rispondere allo stress di una settimana complicata e ai dubbi instillati dalle critiche più o meno sommesse.

Abbiamo visto la “fame” che spinge la bambina a comportarsi così: è fame di affetto, è di abbracci, di accoglienza, di ascolto, di presenza. Le sue parole sono richieste, inviti, dichiarazioni d’amore: nieni mamma, nieni qui (vieni mamma, vieni qui), amoe amoe mio, aptcini (abbracciamo), in batcho (in braccio), tanto bene. Mamma è bava (brava), mi dice, procurandomi un sentimento di tenerezza e di senso di colpa solo per aver pensato di non voler più rispondere con un sorriso, con un bacio e con il latte a questo trasporto.

Abbiamo fatto un passo indietro. Sceglierà lei quando non avrà più bisogno di tutto questo. Per il mio stress, dopotutto, basta un caffè e un po’ di pane e marmellata. Voglio essere una mamma che abbraccia. Ancora di più di quanto non sono stata fino ad adesso. E una madre che abbraccia per accogliere. Io educo così. I consigli e le ricettine per addestrare mia figlia (a cosa poi non saprei) non mi interessano.

Quanto al confronto con la violenza che l’attende fuori, vorrei che  Nina la riconoscesse, quando sarà tempo, per differenza, non sulla base delle “similitudini” con il bagaglio di emozioni e ricordi che le abbiamo lasciato in dotazione. L’abitudine non abitua, anestetizza. E rende troppo tolleranti.

Mother and Child di Mary Cassatt

PS:

Ho trovato interessante questo articolo sul sito della Leche League: Lo svezzamento mi faciliterà la vita?

Se senti veramente che lo svezzamento faciliterà la tua vita, immagina la realtà. Avrai comunque un bambino che ha bisogno di essere allattato. Se ha meno di un anno, dovrai confrontarti con una spesa consistente e con la seccatura di dover preparare diversi biberon di latte artificiale al giorno. Il tuo bambino vorrà ancora starti vicino e avrà bisogno di essere confortato nel suo mondo pieno di attività, a volte spaventoso e doloroso. L’allattamento può essere una “bacchetta magica” nel tuo repertorio di genitore. Calma un bambino bizzoso, lo aiuta ad addormentarsi, nutre un bambino malato che può rifiutare altri cibi, è una sicurezza in viaggio, ecc. Anche dopo lo svezzamento, sarai comunque un genitore: il tuo bambino avrà ancora bisogno di te!

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