C’era una (prima) volta

La copertina di Mostri e Mostri, Antonella Abbatiello, Giovanna Mantegazza, – La Coccinella – 2013

Hanno un bel dire i manuali del bravo genitore che con i piccoli si devono stabilire delle routine. Io ci provo e Nina apprezzerebbe anche, ma l’imprevisto è sempre dietro l’angolo: un raffreddore che chiede l’aerosol e qualche puntata di troppo di Peppa Pig, una vivida protesta nei confronti della pappa prevista in menu, una crisi (ahimé, storia di questi giorni) perché la mamma si assenta 5 minuti dietro per andare in bagno.

Mi ero riproposta  di riservare un quarto d’ora ogni sera alla lettura di una storia, ma non ce la faccio sempre. Quando ce la facciamo, chiedo a Nina di scegliersi un libro: sì, noi li giudichiamo dalla copertina e li abbiamo messi in fila “di faccia”. Poi ci sediamo sul tappeto e lì io leggo, spesso infarcendo di mie libere interpretazioni ed adattamenti le piccole storie che abbiamo a disposizione. Per esempio, il mostro Strilla Strilla in Mostri e Mostri di Antonella Abbatiello e Giovanna Mantegazza, diventa, da generico urlatore, specializzato in capricci sul fasciatoio.

Anna va alla scuola materna di K. Amant

A volte la narrazione è tutta orale. Quando non riusciamo a sfogliare i libri, racconto le  storie che la Nina conosce già bene come le piccole vicende quotidiane di  Anna, della scrittrice olandese Kathleen Aman o le disavventure di Giulio Coniglio.  Spesso la narrazione è a più voci. Nina mi interrompe se salto un passaggio, io ogni tanto le chiedo di finire una frase o anticipare quello che accadrà. Mi segue abbastanza bene e  a volte, a suo modo, si lascia andare all’ironia. Ad esempio:

IO: … E Anna si intrufola nel letto di mamma e papà. Ci può stare, Anna, nel letto di mamma e papà? 

Nina: Sì (e ride)

Nella storia chiaramente Anna non può, deve tornare nel suo letto. Noi gliela leggiamo per introdurla, dopo 18 mesi di cobedding, al suo lettino mai utilizzato. Per ora reagisce così, prendendoci in gio (in giro).

La discontinuità con cui pratichiamo queste routine, però, non mi ha mai fatto pensare che la Nina le potesse considerarle delle abitudini e replicare i comportamenti, come fa ad esempio con il pisolino dell’asilo o con la pappa. Invece l’altro giorno, spontaneamente, ha preso una delle sue bamboline, l’ha fatta sedere in grembo e ha aperto un libro. Poi ha iniziato a raccontare: ceeaaaaotta (c’era una volta) tc’appo tc’appo (ti acchiappo ti acchiappo). La narrazione è stata brevissima, poi mi ha passato il libro e mi ha bofonchiato mamma ibro: “raccontala tu”. Ma mi ha comunque intenerito.

In questi giorni ho poco tempo per approfondire, ma ho trovato su una fonte che consulto spesso, ZerotoThree, un articolo molto chiaro sull’emergere della abilità narrative nei piccolissimi. Pensavo che all’età di Nina, episodi come quello che ho raccontato non fossero indicativi di un comportamento competente nella narrazione.  Ma leggendo l’articolo The Emergence of Story Telling During the First Three Years  ho riconsiderato alcune mie credenze.

Tra i due anni e mezzo e i quattro anni, infatti, i bambini cominciano ad essere in grado di raccontare storie autobiografiche o di finzione. Tra i 24 e i 30 mesi hanno appreso come si fa a costruire una sequenza di eventi, a distribuirli nello spazio e nel tempo e a individuare, anche i modo rudimentale, i personaggi.

Si tratta in genere di storie semplici, annidate anche nel gioco. Nell’articolo si riporta un esempio tratto dall’osservazione del comportamento di una bambina di 20 mesi. Giocando con un cavallino, racconta: “Oh no, povero cavallo. Il cavallo è malato. Ma ora arriva la sua mamma. La mamma gli dà la medicina e guarisce.”

I genitori, in genere, svolgono un ruolo chiave nello sviluppo di queste abilità. Non solo narrando storie di finzione, ma anche semplicemente verbalizzando dei ricordi, anche quando  il bambino  non ha iniziato a parlare.

In genere, i piccolissimi rispondono alle storie seguendo con attenzione la madre, la sua voce e la sua faccia. Imparano a rispondere alle domande, ad anticipare piccoli dettagli. Verso i 30 mesi, i bambini iniziano a partecipare più attivamente rispondendo in modo pertinente alle domande. Dopo i 36 mesi i bambini cominciano a diventare autonomi nel racconto di storie.

L’autrice dell’articolo, la psicologia dell’educazione Susan Engel, racconta che in un’osservazione condotta al nido ha rilevato nei piccoli una grande ricettività verso gli stili della narrazione. Alcuni bambini a cui sono state lette storie e poesie di autori “complessi” (Emily Dickinson, Silvia Plath) hanno immediatamente tentato di imitare lo schema di rime e le figure retoriche di questi autori. Sembra quasi che i bambini siamo predisposti a far metafore, prima ancora di essere in grado di comprenderne il significato.

Fin dai 16 mesi, dice ancora l’articolo, i piccoli amano ascoltare il racconto sugli eventi accaduti e i piani per il loro futuro. E’ vero: da tempo faccio il riassunto delle nostre giornate a Nina e lei mi segue attentissima. Da qualche settimana ho iniziato ad anticipare gli eventi della giornata, creando aspettative. Se le dico oggi andiamo a vedere la banda che suona (e che le piace tantissimo) vedo che la cerca con lo sguardo appena arriviamo.

Questo mi consola. Ho sempre la sensazione di sopravvalutare i piccoli progressi di mia figlia e a volte mi censuro pensando che forse, in alcuni miei racconti, rischio di sembrare una che la spara grossa. La mia piccola normalissima Nina è un prodigio perché lo sono tutti i bimbi e me ne accorgo quando vado a cercare qualche informazione in più sul loro sviluppo cognitivo, proprio per tenere questo diario. 

 

 

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