Latte e fiele

Mother and child, studio di Pablo Picasso, 1904

La mia storia di allattamento è felice. Ho avuto qualche difficoltà all’inizio e per i primi quattro mesi ho alternato tetta e bottiglia. Con le colichette, visto che Nina cresceva bene, ho seguito il consiglio del pediatra: mollare il biberon e fare come natura comanda. Sono stata aiutata dal marito e anche da mia madre che, nonostante la veneranda età, si è presa in carico la questione lavatrici.

Allatto ancora e, anche se sono un po’ stanca e ogni tanto mi sento “placcata” dalla Nina che interpreta alla lettera la modalità a richiesta, appena mi trovo avvolta in questo abbraccio speciale ed esclusivo sento le energie rinnovarsi.

So che non è così per tutti. Per questioni che attengono al corpo. E per  questioni che attengono ad altro. Io stessa ho avuto difficoltà ad accettare questa situazione che, nelle prime settimane, mi sembrava innaturale anziché sì, come mi era stato detto al corso pre-parto. Posso capire lo scoraggiamento che porta a rinunciare. Meno certe giustificazioni vanesie (il seno che si sciupa???!!!?) che a volte stanno dietro a rinunce precoci.

Ma c’è un ma. Anche nella mia esperienza felice ci sono delle zone d’ombra. Arrivano dall’esterno, da una certa cultura o sottocultura sulla questione. Difficilissima da sradicare.

Ormai non è più contestato che l’allattamento naturale sia preferibile a quello artificiale e che debba durare il più possibile (fino due anni o anche oltre). Eppure i condizionamenti culturali e le resistenze che si incontrano nel parlar comune, tra donne, sono ancora fortissime.

Derivano, secondo me, da una certa idea di femminismo (o, come lo chiamo io, femminettismo) alla “sex and the city” che iconizza una donna emancipata solo se realizzata professionalmente.

Analizzata nel dettaglio, questa credenza è una misconcezione. Ad essere meno educati, una sonora stronzata. A cui centinaia di donne si piegano da tempo.

Dunque tu donna realizza te stessa, è l’imperativo, nel lavoro. Perché quello che tu sei (te stessa) è quello che tu fai 9 to 5 o a progetto. Sì, basta rileggerlo, l’imperativo, per capire che ne implica un altro.

E ti potrai dire emancipata, bada ben, se invece di dedicarti alla cura di un altro essere umano sarai totalmente disponibile a qualunque costo (incluso l’esercizio di negligenze verso un figlio che ti chiede attenzione) a qualcun altro che ti paga (e dunque ti appaga).

Ne consegue che sì, sei libera, di rinunciare ad un rapporto di relazione, d’amore con una creatura che neanche sa di essere altro da te (quel se stessa che devi realizzare). Ma anche che sei libera di  eliminare tutte quelle altre cose che pertengono la realizzazione di sè (che ne so, studiare qualcosa che ti interessa) per stare sull’attenti quando passa il caporale. Un paradosso, a voler essere lievi, che intrappola molte e troppe. Quando le cose stanno così, signore mie, non siamo molto distanti dal “lava e chiava”.

Dare latte, in questo, non aiuta. Per dare latte devi stare attaccata al tuo bambino. E invece per “essere realizzata”  devi essere disponibile a stare fuori di casa tante ore, a volte la notte, a portarti il lavoro tra le mura domestiche, a destreggiarti tra un mail “urgente” e un figlio che ti chiede di stare con lui. E lo dico conscia di aver razzolato male. Sono tutte cose che, malgrado i miei malgrado, ho dovuto fare. Anche perché, nel mentre che mi realizzo, devo magna’.

Però sono contenta di essermi ostinata. Ostinata ad allattare per preservare il mio essere donna, nel corpo e nella testa.  Nonostante le difficoltà tipiche di tutte le donne che tornano al lavoro dopo una gravidanza, spesso create da altre donne senza figli e, poveri loro, con figli.

Ah ma oggi non ci sei? Per i vaccini?  hai la figlia malata? Ma non riesci ad organizzarti lo stesso? Ah io in questi casi faccio così e colà. Piange? Si rafforza il carattere. Puoi essere dall’altro capo del mondo per 10 minuti? Che ne dici se fissiamo questa cosa di tre giorni a 510 km di distanza, così puoi fare su e giù. Dai, lo faccio per venirti incontro…

Cerco di fare tutto. Qualche volta rivendicando la mia posizione. Ma mi organizzo, ci organizziamo (mio marito è, in questo, davvero “alla pari”). Anche se sembra non bastare mai: vivo la sensazione che ci si aspetti sempre che io mi debba organizzare di più.

Il  mio lavoro mi piace molto e cerco di farlo con impegno. Voglio  trasferire a mia figlia la passione e l’impegno come stile di condotta in tutto quello che deciderà di fare. Ma nell’etica del lavoro che vorrei trasmetterle, c’è anche la difesa della dignità e dell’identità. E la difesa di un’idea di femminile uno zinzinnino più integra di quella che viene trasmessa nei corridoi degli uffici o nelle riviste. Anche se so che questo mi procura occhiate di compatimento e consigli  sgraditissimi (Niente di meglio di una trasferta di tre giorno… così ti sbarazzi una volta per tutte di questa rottura del latte!). Peggio, mi sento sussurrare che sono una di quelle che si “approfittano” del contratto a progetto per andare a prendere sua figlia all’asilo alle 4 e allattarla a merenda. Diamine, addirittura a 18 mesi.

Ma alla fine mi ritengo fortunata. A parte qualche scaramuccia e qualche dispetto, dettato penso dall’invidia, trovo anche molte donne e uomini che esprimono una visione saggia del rapporto tra maternità, allattamento e lavoro. Tra questi anche persone che non avrei mai detto tolleranti verso le mie rinunce. Altre disposte ad incoraggiarmi, consigliarmi e sostenermi nel mio intento di perseguire degli obiettivi di crescita umana e professionale  senza pagare pedaggio al femminettismo imperante.

Così vado al lavoro e poi torno a casa e mi godo quell’abbraccio speciale che  tra qualche mese lascerà il posto ad altri modi di stare con la mia bambina. Che siamo agli sgoccioli, forse, lo sa anche la Nina: per questo a volte tollero certi suoi capricci.

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2 thoughts on “Latte e fiele

  1. A. aprile 20, 2013 / 9:07 pm

    Credimi. Tra le tante altre cose, questa è la principale che mi porta ad amarti. A esser chiari: sapevo che eri così ben prima di immaginarci genitori. Perché tu sei così, queste cose le hai sempre pensate come donna e ora come donna che ama esser mamma. Sono sicuro che Evelina se ne gioverà: del latte materno ma ancor più di quello che sei. E mi dispiace esprimere scompostamente una stanchezza che è molto interiore e poi anche fisica nella gestione di questo tempo. Sono sicuro che ce ne gioveremo: perchè l’amore bello è quello che ti fa esser più forte di quanto saresti da solo. E noi insieme a volte facciamo miracoli, a costo di mandarci a quel paese ogni tanto. Bei pensieri, un bacio.

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