L’arte della procrastinazione

Cup Beach- Illustrazione di Sara Olmos (saraolmos.com)

Nina è a casa malata da una settimana. Di fronte ad una tosse che non si decide ad andar via, ieri il papà decide di portarla dalla pediatra.

P: Nina, andiamo dalla dottoressa

N: No, domani!

Alla fine di un lungo patteggiamento e la promessa di un paio di giri sullo scivolo e sull’altalena, si è decisa ad andare. Mio marito racconta che è rimasta concentrata nel tentativo di contenere il pianto. A metà della visita ha solo detto: nito (finito)? Su questo episodio lascio però a lui la parola.

Da un po’ di giorni però sto osservando l’uso che Nina fa dell’avverbio di tempo domani. Noi lo utilizziamo a volte quando interrompiamo un’attività che le piace, per rassicurarla che sarà possibile riprenderla il giorno successivo (Ora basta Peppa Pig, Peppa va a dormire. La rivediamo domani… ).

La Nina però, forse recepisce il nostro tentativo di blandirla più che il significato letterale della parola domani riferito al giorno successivo. Solo da pochi giorni inizia a verbalizzare una prima consapevolezza del ciclo giorno-notte, grazie ad un giochino (pardon, app) che ho trovato in rete: Duckie deck, Night and Day.

E ci restituisce la parola domani nel secondo significato riportato dal Sabatini-ColettiIndicazione di un tempo genericamente futuro, spec. in correlazione con oggi: se non è oggi, è d. || oggi o d., una volta o l’altra, un giorno o l’altro | oggi a te, d. a me, ciò che ora capita a uno in futuro può capitare ad altri.

 

 

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