Io sono io e tu sei tu (o quasi)

La battaglia per aver ragione della prima e della seconda persona singolare è lunghissima e irta di pericoli. La Nina l’ha ingaggiata all’inizio del 17esimo mese e ancora la ved0 lì, intenta  ad annotare casistiche d’uso, ad elaborare ipotesi di pattern, a testare teorie grounded in cerca di smentita.

A metterla in crisi è proprio la funzione pronominale di Io e Tu, Me e Te. Per tante settimane mi è sembrato che li classificasse come nomi propri da riferire alla persona della mamma e a se stessa. Colpa forse dell’esercizio verbale, spesso ripiegato nella diade mamma-bambina. Quando io indicavo me stessa pronunciando la parola Io, lei puntava il suo dito verso di me e ripeteva Io, come a dire “Dunque (tu) sei la mamma, ma ti chiami anche io, mentre (io) sono Nina, ma mi chiamo anche tu“.

L’uso dei gesti le crea tutt’ora confusione, anche se ogni tanto azzecca la corrispondenza giusta tra “puntamento” e parola. In altre conversazioni la situazione è molto più chiara. Ad esempio quando cerchiamo di convincerla a fare qualcosa che non le interessa.Tipo:

– M.”Andiamo a fare colazione?”

– N. “No!”

– M. “Dai andiamo, io ho fame,  io vado a fare colazione…”

– N. “Io no!”

Questi usi sono ancora episodici. Più spesso Nina parla di sé in terza persona, come pare sia giusto alla sua età. Anche se mi accorgo che è un uso atteso, che spesso rinforziamo noi adulti, forse perché la rende adorabilmente bambinesca. Di questo trovo conferma qui:

Il bambino impara il proprio nome imitanto le parole della madre che lo chiama con quel nome. D’altro canto non gli viene insegnato in modo specifico l’uso dei pronomi personali (anche se lo si corregge se li usa in modo errato). Di fatto, mentre l’utilizzo dei nomi propri può essere appreso attraverso l’imitazione, per quel che riguarda i pronomi le cose sono molto più complesse, soprattutto nel caso del pronome io. Per questo motivo nei discorsi madre e bambino viene spesso evitato questo pronome: la madre preferisce parlare di se stessa in terza persona (usando parole come mamma e mammina o simili). Anche il pronome tu, in questo contesto, può essere non utilizzato dalla madre, che lo può sostituire con il nome di battesimo del bambino… (Keidan A., Alfieri  L. Deissi, riferimento e metafora: questioni classiche di linguistica e filosofia del linguaggio, Firenze University Press, 2008).

Non so dire se questi comportamenti siano positivi o negativi per l’acquisizione del linguaggio. Forse  la madre preserva in questo modo il processo di maturazione psichica del bambino. Forse lo fa per sentirsi ancora più mamma. Certo è che tutti imparano a dire Io, e si presentano alla vita adulta fin troppo attrezzati di una visione egoistica.

Meglio spingerli ad imparare prima possibile? Non lo so. Per me sarebbe interessante capire quali usi della terza e della prima persona si registrano tra pari o in rapporti che non sono condizionati dalla relazione simbiotica tra la mamma e il piccolo e dal meraviglioso trauma della separazione dell’identità. Tragedia in atto proprio in questi giorni nel nostro piccolo teatro familiare.

In ogni caso, osservare gli episodi di questo particolarissimo “snodo” dello sviluppo linguistico è terribilmente affascinante. Mi espone alla tentazione di rispolverare studi ammuffiti di filosofia e linguistica. Mi richiederebbe una dedizione assoluta e purtroppo devo occuparmi anche io del disbrigo degli affari correnti. Ma è per questo che mi sono inventata l’hobby che qui pratico. Per avere un hobby.

Segnalo qualche lettura  sul tema. In primis, un articolo dedicato al rapporto tra gesto e linguaggio (Papà, guarda lassù…) dal sempre prezioso Babytalk.it. Segnalo anche  Lo sviluppo del linguaggio  Nascita ed evoluzione delle forme comunicative, della logopedista Ballarè, un documento agile che colloca l’acquisizione della prima persona oltre i due anni, ovvero nella fase grammaticale. Altri collocano questo traguardo molto più avanti, tra i trenta e i trentasei mesi (da  Valentin S., Prima delle parole, Apogeo 2011 ).

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