Tutto parla di noi. E della nostra solitudine

Dall’11 aprile uscirà al cinema  Tutto parla di te, film di Alina Marazzi sulla depressione post-parto. L’uscita del film è accompagnata dal progetto web  Tutto parla di voi, che si costituisce di tre parti:

  • un documentario web che raccogliere interviste realizzate dalla regista ad alcune madri
  • una sezione di interviste a medici, ostetriche, educatori   (Voci sulla maternità)
  • lo spazio Le vostre storie, aperto ai contributi degli utenti che possono partecipare  realizzando un breve video o un tweet diretto @tuttoparladivoi.

Credo che questo progetto sia un bell’esempio, tutto italiano, di narrazione digitale (digital storytelling) e pensavo di segnalarlo soprattutto per questo.

Avevo fatto i conti senza l’oste: un oste, la depressione, con il quale penso di aver saldato il conto anni fa, ma che è rimasto sulla porta della sua osteria, affaccendato in altro. Ho sempre il timore che venga a darmi il resto che si è tenuto come mancia.

Non ho sofferto di baby blues. Era una delle mie paure più grandi avendo vissuto una storia clinica di depressione che è iniziata quando avevo undici anni, è stata diagnosticata a diciannove e si è conclusa verso i trenta, dopo aver intralciato a lungo il mio percorso di studi (oggi forse sarei altro da quello che sono) e la mia vita di relazione (meglio così, in questo caso, mi ha aiutato ad aspettare il momento e la persona giusta).

Credo di aver evitato la depressione post-parto perché mio marito mi ha aiutata molto.

Ma forse non mi sono depressa anche perché non ho parlato di depressione. Mi sono impegnata a sottrarre parole alle paure.  Smettere di parlarne mi ha curato una volta. Una terapeuta, straordinaria donna, dura e razionale, mi disse: “Abbiamo capito da dove origina tutto questo. A che serve ritornarci su periodicamente?”. E la terapia finì. Era della ASL, non aveva bisogno di industrializzare la reiterazione.

Poche parole o anche nessuna. Così funziona per me, non ho la pretesa di dire che vada bene per tutti.

Ma, chissà, invece ho evitato la depressione post-parto perché essere madre mi mette nella posizione di agire contro le origini del mio malessere.

Magari non mi sono depressa perché l’ossicitocina ha “parato” il colpo di altre defiance biochimiche.
Oppure ho avuto culo.

Eppure stamani, guardando i brevi video e scorrendo i post di questo progetto, ho ritrovato nelle parole delle altre mamme i germi di quel male che, per me, sono rimasti in incubazione: la paura sottile, che assale inizialmente, di far del male al proprio bambino, il sentimento di oppressione che nasce dalla prospettiva di una vita simbiotica, l’angoscia di non saper rispondere alla spinta, spesso eterodiretta, di riprendersi i cosiddetti “propri” spazi.

E oltre alle parole delle protagoniste, mi ha colpito la testimonianza di Grazie Honegger Fresco,  pedagogista dei Cemea, i Centri Nascita Montessori, che parla del grande senso di solitudine che avvolge oggi le madri. Io, questo, l’ho avvertito annidato nella mancanza di una rete di altre donne intorno a me, a costituire una famiglia allargata che sostiene nelle piccole cose come, che ne so, curarsi che mia figlia non si faccia male mentre per mezz’ora mi dedico alle pulizie di casa o mi faccio il bagno.

La solitudine, grande, l’ho avvertita anche nell’aspettativa diffusa che basti una mamma (e un papà) ad allevare un bambino. Me l’hanno fatta percepire  coloro, le donne in particolare, che si compiacciono di certi comportamenti “virtuosi” (leggi notti e giorni di latitanza, briciole di attenzione) che si mettono in atto per “conciliare” figli e carriera. L’ho vista prendere forma nelle mamme troppo truccate e pettinate o in quelli che ti giudicano con quello sguardo. Sì quello, quello che dice: “Ma se non sei in grado di gestire i figli, forse non avresti dovuto farli…”

Nelle parole di questa pedagogista ho ritrovato molte considerazioni che ho fatto per rispondere a questa solitudine. La pressione esercitata sulle madri è enorme. Ma se ne esce solo pensando al bambino. Pensando che quel bambino che hai avuto è il tuo spazio. Il tuo atto di coraggio che sfida un  mondo piccolo piccolo con la sua grandezza.
Tutto il resto può essere stipato altrove o, allegramente, buttato via. Anche se la fatica che, in questi tempi, si fa a sopravvivere qualche volta toglie la forza anche per una carezza in più, prima di addormentarsi.

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2 thoughts on “Tutto parla di noi. E della nostra solitudine

  1. Jessica marzo 31, 2013 / 6:45 pm

    Sto scoprendo anch’io questo progetto e condivido pienamente la tua opinione sui fattori sociali che convergono a non far rete intorno ai genitori. E proprio da noi dove di famiglia si parla di continuo… ma a vuoto. E ancora una volta torna il ‘bambino maestro’, grazie per questa segnalazione, è un concetto di cui non posso più fare a meno!

    • A. aprile 1, 2013 / 8:46 pm

      * 🙂
      Scusa se ho letto solo ora, ma quando so che ho qualcosa di bello me lo preservo per il momento migliore. Ti bacio (come prima, anche dopo).

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