Ricerche online: la lettura per i #natidigitali

Vorrei segnalare la pubblicazione dei risultati di #Natidigitali,  un’indagine sugli atteggiamenti e i comportamenti dei genitori in tema di libri digitali per bambini.   La ricerca, che mi ha suscitato qualche riflessione,  è pubblicata su  Mammacheblog, portale che aggrega  blog tematici ideato da FattoreMamma, società di comunicazione e marketing specializzata in ricerche di mercato.

Premetto che riservo grande scetticismo verso  il fenomeno dei nativi digitali. Occupandomi di tecnologie ed educazione per lavoro, credo che questa espressione si presti a collocare nell’ambito dell’innato e del “naturale” il rapporto “culturale” che i bambini e i giovanissimi intraprendono con alcuni dei tanti artefatti prodotti dagli adulti della loro specie. In altre parole, sono convinta che l’impressione di “naturalezza” o il presupposto “talento per le tecnologie” siano il prodotto di apprendimento informale che contribuisce, ma non esaurisce, una questione educativa: l’alfabetizzazione a forme di testualità e modalità di comunicazione rese possibili dalle tecnologie digitali.

Sul tema  imbratto altrove, qui scrivo come mamma: ma forse questo post sta a cavallo.

Ecco in estrema sintesi l’esito dell’indagine realizzata da Fattore Mamma in collaborazione con Filastrocche.itHappi ideasMamamòNati per Leggere,  AIB (Associazione Italiana Biblioteche), MLOL: i genitori, anche quelli un po’ geek, preferiscono leggere libri cartacei ai propri bambini. Le app, i giochi, i libri interattivi “vengono impiegati quando si è in viaggio, in auto o quando occorre intrattenere i bambini. I libri di carta rimangono i preferiti per le storie della buonanotte”.

Dunque il digitale è utilizzato un po’ come si utilizzava e si utilizza la televisione: per catalizzare l’attenzione del bambini, quasi per metterli in standby mentre si è costretti a fare altro o, ed è umano e comprensibile, perché ci si vuole ritagliare una pausa dall’interazione perpetua, meravigliosa ma a tratti usurante, con il pargolo.
Nel nostro piccolo, noi ci comportiamo esattamente così: computer e smartphone sono le “armi ” che sfoderiamo in caso di capricci indomabili, per ritagliarci due minuti di conversazione tra adulti durante la cena, per negoziare  sui “no” categorici.  Il libro tradizionale (di carta, di stoffa) fa tutto il resto.
I genitori interpellati da Fattore Mamma motivano l’attaccamento alla carta con il timore che si perda la “magia del libro”, l’esperienza sensoriale e tattile, che si disincentivino creatività, concentrazione e autonomia nella lettura.
Ho un’idea di cosa possa pensare mio marito, ma non voglio parlare per lui. Io credo poco nella magia e tendo sempre a demistificare.
Certo, l’esperienza sensoriale è importante: se si parla di libri gioco, libri tattili o di esplorazioni sulla grammatura e la grana della carta.
I libri digitali siano un disincentivo per la concentrazione? Prove empiriche mi dimostrano il contrario. Le narrazioni multimediali per bambini, che per molti aspetti sono più simili ad un audiovisivo che ad un testo illustrato, sono totalizzanti, anche per i piccolini come la mia Nina, 18 mesi, che hanno la capacità di mantenere l’attenzione per 5-10 minuti al massimo.
Anche il pessimo rapporto tra multimedialità (digitale e non) e creatività mi sembra un mito da sfatare. Se pesco nelle reminiscenze della mia teledipendenza infantile (allora c’era solo la tv) trovo traccia di archetipi, stereotipi e stilemi visuali, iconografie che hanno alimentato la mia capacità di creare rappresentazioni visive. Ma anche intrecci intertestuali, modelli narrativi (ad esempio quelli dei serial e delle serie tv), varietà linguistiche e lessicali che hanno ampliato il mio repertorio ed influenzato il mio modo di pensare e dire. In questa generatività non trovo nessuna minaccia alla creatività.
E allora perché, pur non credendo alla magia, per mia figlia scelgo la carta? 
Lo faccio per i suoi limiti. Per le carenze del libro di carta che, poverino, è:
  • Muto e io me ne posso approfittare per fare giochi di sonorizzazione mentre leggo alla mia bambina: se decido che la macchina fa “miii” invece che “brum” non ci sono file .wav che mi possano contraddire.
  • Statico: con le sue illustrazioni immobili mi offre lo spazio per decidere l’ordine di lettura, la selezione tra soggetto, sfondo e particolari, per creare giochi di interpretazione, adattamenti o riletture della storia.
  • Rallentabile perché la sequenza di lettura non è temporizzata e io e la Nina siamo libere di soffermarci quanto su una pagina o sull’altra.
  • Inerte perché le sue pagine non si girano da sole (niente autoplay) e, se ci va, possiamo saltarne due, tornare indietro, fermarci alla prima, partire dall’ultima.

Ma la carenza più importante del libro “tradizionale”, cartaceo e non, è che non è autosufficiente. Se io lo leggo male, se non aiuto la Nina a guardare immagini e a capire il significato delle parole, se lei non partecipa sfogliando le pagine e puntando il dito per sapere cos’è “etto” o “ello” o cosa c’è “itto itto”, il libro è un oggetto inutile. La forza del libro è nei suoi vuoti e nello spazio che lascia all’interpretazione anche nelle semplici storie illustrate che proponiamo ai bambini. Interpretazione che, in questo caso, accoglie il dialogo tra i piccoli e i grandi lettori. Allora io credo che più che di magia, o di contrapposizione tra cartaceo e digitale, forse si dovrebbe parlare dell’esistenza di “testi magri” e “testi grassi”, nelle letture che proponiamo ai piccoli e ai piccolissimi.  I testi grassi sono testi golosi che riempiono la pancia (testa), ma forse hanno qualche effetto collaterale (alienazione, sovraccarico di stimoli). I testi magri sono più leggeri e, in alcuni casi, più faticosi,  ma lasciano qualche possibilità in più per sperimentare quei “condimenti” che marcano la differenza, per adulti e bambini, tra la fruizione e la lettura.

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5 thoughts on “Ricerche online: la lettura per i #natidigitali

  1. A. aprile 1, 2013 / 8:55 pm

    Solo sull’inciso.
    “Quando sento la parola creatività metto mano alla pistola. A prescindere” – direi. Poi, va be’, le magie per me le fa solo uno e ha il numero 10 della Roma. Ciò nonostante sai che preferisco per ora i libri di carta, ma ‘sti cazzi puzzo e magia, anzi e vogliamo dirla tutta i libri più di ogni cosa pesano (tutta colpa della gravità, diceva GT). Solo che mi risulta per ora un’interazione più rodata e ho 30 libri da recupera’ in libreria, per cui è fuori discussione che io “volti pagina” adesso.

    Detto questo, sottoscrivo tutto e non per brevitas. Non potrei dirlo meglio. Tra l’altro. Credo che quest’approccio possa valere anche in senso più ampio. Ma che te lo dico a fa’. Sempre ottima. 😉

  2. Mamamò (@mamamoit) aprile 2, 2013 / 9:41 am

    Condivido molte delle interessanti riflessioni avanzate nel post. Però mi chiedo se l’utilizzo di tablet e smartphone come babysitter digitali non derivi dal fatto che siamo ancora al grado zero nell’utilizzo di questi strumenti. Ne facciamo un uso ancora “rudimentale”. Dobbiamo sostanzialmente ancora scoprirne tutte le potenzialità. Come Mamamò cerchiamo di segnalare contenuti di qualità per i nuovi media digitali proprio perché siamo convinti che molti genitori facciano fatica ad orientarsi nel marasma degli store online, dove spesso emergono i prodotti più commerciali. Un dato confermato da quanto emerso dalla ricerca.
    Se il ilbro cartaceo è visto come momento di condivisione e strumento che avvicina bambino e genitore, il digitale è una cosa che permette al bambino di “fare da solo” (e quindi mi permette di cucinare la pasta o avere 5 minuti tutti per me). A questo proposito però, sottolineerei due cose:
    1) il fatto che il bambino possa “fare da solo” può avere una ricaduta positiva importante in termini di autonomia e di autostima, soprattutto per bambini in età prescolare.
    2) La lettura o, meglio, la fruizione condivisa di un contenuto digitale (che sia libro, gioco o app educativa) è possibile, anzi auspicabile. Sono i genitori che forse dovrebbero applicarsi a condividere con i propri figli anche i momenti davanti allo schermo, oltre che quelli davanti alla pagina di carta. Il loro ruolo di mediazione è fondamentale, oltre che nella selezione dei contenuti anche nello sviluppo di quella intelligenza emotiva che i nostri figli – secondo molti educatori – rischiano di sviluppare poco a causa dei media digitali. Forse la responsabilità non è però del mezzo, ma del fatto che il bambino viene lasciato da solo davanti allo schermo e all’universo a cui dà accesso.
    Mi piace molto la distinzione tra tesi magri e testi grassi. Credo però che possa valere anche per le opere digitali. C’è Lil’Red, una book app in cui il racconto è assolutamente privo di testi e di audio. Ed io adulto posso raccontare la storia come più mi piace.
    Quanto alla “magia” della carta, temo sia un problema di nostalgia che riguarda noi genitori, ma che interessa poco i nostri figli. Loro trovano molta magia in quella tavoletta che si anima al solo tocco.
    roberta@mamamo.it

    • lp aprile 3, 2013 / 3:10 am

      L’idea dei testi grassi e dei testi magri mi è venuta proprio perché trovo insoddisfacente, forse addirittura fuorviante, la contrapposizione tra cartaceo e digitale. Sottoscrivo molte delle cose che hai detto sulla necessità di una mediazione anche di fronte ai testi digitali e la pratico con la mia bambina e nella mia vita professionale. La mia convinzione è che vada fatta come lettura guidata in funzione delle caratteristiche del testo, anche interattivo e multimediale. Non sono però convinta che il digitale, in quanto supporto, abbia da mostrarci molto di più di quanto non ha fatto finora. Ho iniziato ad occuparmi di ipertesti ed ipermedia a metà degli anni ’90 e ho visto migliorare soprattutto i rendering grafici e l’usabilità delle interfacce. Per quanto riguarda le “grammatiche” dell’ipertestualità mi sembra che ci sia stata un’involuzione netta: all’epoca si parlava di molti modelli di ipertesto, ora in rete c’è soprattutto testo lineare con link di approfondimento. Per quanto riguarda la narrativa interattiva e il digital storytelling stiamo iniziando forse a vedere la partecipazione di tanti narratori che hanno alzato la qualità e la varietà dei prodotti, ma credo che le strutture siano ancora quelle che ha individuato la studiosa Jane Murray in questo volume del ’98, Hamlet on the Holodeck http://books.google.it/books/about/Hamlet_on_the_holodeck.html?id=CI0fAQAAIAAJ&redir_esc=y

      • Mamamò (@mamamoit) aprile 3, 2013 / 9:25 pm

        Grazie del riferimento! Io ho trovato alcuni spunti interessanti sul digital storytelling per ragazzi nel volume della Antoniazzi “Contaminazioni”, dove c’è molto sull’incontro tra videogioco e libro e sulla narrazione collaborativa.

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