Io leggo per disegni (i bambini sono “semiotici”)

Complice un libro illustrato bellissimo che indulge a citazioni surrealiste che ricordano Frida Khalo, la Nina  (16 mesi tra due giorni) ha imparato a riconoscere alcune parole scritte all’interno di ballon e per l’esattezza: “Sì”, “No”, “Dai” e “Mai”.

Ecco, non sono una fanatica della lettura precoce. Durante la gravidanza sono inciampata nel metodo Doman, ma l’entusiasmo enfatico con cui gli americani, talvolta, si fanno belli dell’ingegneria del buon senso, sommato ad un’orda di mamme che hanno fatto a gara su youtube per il titolo di pupo più precoce, mi hanno tolto la voglia approfondire.

Non credo di aver fatto male. Secondo una inattendibile voce wikipedia, Glen Doman è un fisioterapista che si è dedicato per anni al recupero di bambini cerebrolesi ed ha fatto la sua fortuna brevettando una gamma di metodi più o meno di successo. Oggi dirige l’ Institute for The Achievement of Human Potential, un’organizzazione no profit. E proprio nella voce di Wikipedia dedicata a questo istituto ho trovato le critiche più aspre ai metodi pseudoscientifici di Doman, basate, pare, su credenze sorpassate e la cui efficacia non è stata mai validata.

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Tornando alla lettura, Doman sostiene che si può iniziare ad insegnare ai bambini a “leggere” a partire dai 10 mesi. La sua ricetta: impostate l’attività come gioco, create dei cartelloni con parole scritte in stampatello e ripetete al bambino ad alta voce per cinque minuti la parola che avete scritto. Alla fine, se non si scoccia, imparerà a “leggerla”

Non mi pare una grande intuizione: le indicazioni di Doman mi ricordano da vicino il metodo globale per la didattica della letto scrittura che insegna a leggere la parola come unità di significato e non come aggregazione di lettere (per approfondire: teaching reading).

Questo metodo si basa sull’associazione di una parola scritta ad un significato senza passare per l’istruzione diretta del rapporto tra singoli fonemi e grafemi. Invece di essere introdotte prima dell’avvio alla lettura, le lettere e la loro funzione nella costruzione della parola sono dedotte successivamente.

Posto che credo oggi vada per la maggiore, in prima elementare, l’adozione di un sistema misto, penso che far memorizzare al bambino un particolare “disegno” a cui è associato, convenzionalmente, un significato, sia una pratica molto utile.

Le scritte che Nina ha imparato “a leggere” in fin dei conti sono questo: disegni, tra i tanti che proponiamo alla bambina.

Non credo che, a quell’età, faccia molta differenza mostrare il disegno di una mela o la parola mela. In ogni caso, la rappresentazione, l’universo linguistico e semiotico contenuto nella pagina e nel singolo segno/disegno precedono l’esperienza degli oggetti rappresentati. Nei suoi primi mesi di vita, la Nina, e sono sicura molti suoi coetanei, hanno conosciuto  cani, gatti e coniglietti molto prima di incontrare gatti, cani e coniglietti. Anzi, direi che la Nina forse il gatto vero l’ha riconosciuto proprio perché somigliante ai molti gatti, più o meno stilizzati, visti sui libri o sul computer. Non penso di poter negare che per lei, questi segni, non fossero iconici: gli elementi che contribuiscono al riconoscimento dei volti, come occhi, bocca e naso, o di parti del corpo, ha contribuito forse a farle capire che quegli astrusi scarabocchi sui libri erano “viventi” e non oggetti. Ma credo anche, a partire dalle sue prime “letture”, all’età di cinque mesi, il “riconoscimento” del  disegno fosse un gioco sul simbolo, intrapreso con la mamma ed il papà che, iniziandola a quel “codice segreto” la includevano in un contesto comunicativo ed affettivo.

Quello che è davvero straordinario, dal mio punto di vista, è assistere alla capacità di riconoscere persistenze nella forma del “gatto” attraverso rappresentazioni iconiche sempre diverse tra loro, nello stile, ma anche nel livello di iconicità (Moles, visual iconicity scale). Certo, non credo che riconoscere un “disegno” associato alla parola NO o alla parola DAI possa essere considerato “saper leggere”. Ma proprio in virù di questa capacità, forse innata?, di riconoscere i tratti essenziali per associare una forma ad un significato, credo che trattare come un  pittogramma la scrittura alfabetica sia un gioco preparatorio alla lettura vera.  Tra parentesi, la Nina non è del tutto inconsapevole che quelle formichine nere stampatelle e corsive sono dei disegni “speciali”: da almeno un mese, infatti, li indica con il dito dicendo “itto itto” ed è curiosa di sapere cosa significano. Forse dico un sciocchezza, ma la capacità di cogliere persistenze non riguarda solo le forme, ma anche i codici.

Scusate, in questa farneticazione ho perso per strada dei passaggi obbligati nella filosofia del linguaggio, qualche citazione doverosa ad Eco, Peirce, Searle, Lakoff,  Chomsky, forse Dorfles, ma sono una mamma che approfitta del sonnellino pomeridiano della creatura per annotare qualche evento che le desta meraviglia.

 

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