Il quarto settore

Ci sono bambini che sono rimasti assenti per settimane da scuola perché i loro genitori hanno dovuto vendere l’auto e non sanno più come portarceli. 

Ci sono bambini che hanno smesso di “andare a calcio” e prima non ci dormivano la notte, tanto erano contenti di andarci, mentre ora non ci pensano più, perché tanto sanno che non ci torneranno più, neanche quando noi altri torneremo alla “normalità”.
Perché per tanti la normalità non torna più. Se la sono giocata quando hanno perso il lavoro o si sono ammalati, di covid o di depressione. 

Per dare, così, un parere non richiesto sulla spinosa questione del terzo settore, cioè del privato sociale che entra nella scuola pubblica perché la scuola non ce la fa, a me vien da dire che nell’immediato mi pare meglio occuparsi del “quarto settore”, cioè delle persone che non ce la fanno più, dei ragazzini e delle ragazzine, delle famiglie che magari c’hanno bisogno della mensa e della scuola “parcheggio” perché al babbo e alla mamma impongono orari assurdi e non si può dire di no, sennò l’alternativa è la Caritas. 

Sì sì, c’avete ragione, è tutto ingiusto, è tutto sbagliato, per carità, servono riforme strutturali, forse persino una nuova idea di società, ma nel frattempo piovono soldi dal Ministero e vanno spesi tutti per fare il meglio che si può.

E va benissimo tutto questo circolare di mirabilia pedagogiche per l’estate, bellissime, io  ma non vorrei che finissero per generare un po’ di ansia da prestazione in insegnanti e presidi che magari avevano pensato a qualcosa di più semplice, come il corso di inglese o un torneo di calcetto. Dio (o chi per lui) benedica i corsi di inglese e i tornei di calcetto e pallavolo nel cortile della scuola. Vanno benissimo. Vanno benissimo anche le lezioni di cucina, a scuola, così poi si mangia a pranzo o si fa merenda, che in qualche casa magari è diventato difficile. 

A me, ve lo dico, non me ne frega proprio niente se per cinque o sei settimane la scuola fa supplenza al centro estivo, perché ho il sentore che di centri estivi e di vacanze al mare e in montagna, quest’anno, ce ne saranno per pochi. 

Che poi, se proprio vogliamo fare un pensiero pedagogico, già il fatto che per quest’estate invece di occuparci di noi stessi ci occuperemo di loro, dei ragazzini e delle ragazzine, mi pare sufficientemente educativo.